Non sono semplicemente due chiusure. Sono due ferite aperte nel tessuto culturale di due città che hanno fatto della musica dal vivo uno degli elementi più vitali della propria identità. La fine dell’esperienza dello Spirit de Milan a Milano e la chiusura de L’Asino che Vola a Roma raccontano infatti una storia più grande: quella della crescente difficoltà di mantenere vivi gli spazi dedicati alla musica, alla cultura indipendente e alla scoperta di nuovi talenti.

Da una parte Milano perde lo Spirit de Milan, nato nel 2015 all’interno dell’ex stabilimento delle Cristallerie Livellara, nel quartiere Bovisa. In poco più di dieci anni il locale è diventato un punto di riferimento per la vita culturale cittadina, ospitando migliaia di concerti, spettacoli, serate danzanti e incontri. Un luogo che ha saputo trasformare un’area di archeologia industriale in uno spazio vivo e partecipato, capace di mettere insieme generazioni e pubblici diversi. La chiusura arriva al termine di una lunga vicenda legata alla proprietà dell’immobile. Nonostante i tentativi di trovare una soluzione condivisa e la disponibilità manifestata dalla gestione nel corso degli anni, la mancata proroga del contratto di affitto rende impossibile la prosecuzione dell’attività. Una conclusione che lascia l’amaro in bocca soprattutto perché, come sottolineato dal fondatore Luca Locatelli, erano state avanzate proposte concrete per garantire continuità al progetto e salvaguardare uno spazio che nel frattempo era stato recuperato e valorizzato grazie agli investimenti della stessa realtà culturale.

Dall’altra parte c’è Roma, che saluta uno dei suoi luoghi più amati. L’Asino che Vola, nel quartiere Appio Latino, chiude le porte della sua storica sede di via Antonio Coppi. Non è un addio definitivo, ma certamente la fine di un capitolo che ha segnato la scena musicale romana degli ultimi anni. Le due serate finali, che si sono tenute il 22 e 23 maggio scorsi, sono state un lungo abbraccio collettivo tra musicisti, operatori del settore, giornalisti, appassionati e semplici frequentatori. Un modo per celebrare un luogo che non è stato soltanto un locale, ma una vera e propria casa per la musica dal vivo. Sul suo palco sono passati artisti come Francesco De Gregori, Luigi Grechi, Max Gazzè e Mannarino, ma soprattutto centinaia di giovani musicisti che hanno trovato qui uno spazio per crescere, sperimentare e confrontarsi con il pubblico. L’Asino che Vola ha rappresentato per anni uno dei pochi luoghi in cui la musica emergente poteva trovare ascolto e continuità. Attraverso rassegne culturali, progetti dedicati ai giovani artisti e iniziative come Permette Signorina, il locale ha contribuito a costruire una comunità artistica che ancora oggi continua a produrre talenti e nuove idee. Le storie dello Spirit de Milan e dell’Asino che Vola sono diverse tra loro, ma finiscono per incontrarsi nello stesso punto. In Italia fare musica dal vivo è sempre più difficile. Ancora più difficile è creare e mantenere spazi indipendenti capaci di ospitare artisti emergenti, offrire programmazioni continuative e costruire comunità culturali attorno alla musica.

Quando questi luoghi riescono a nascere e a consolidarsi, spesso si trovano ad affrontare ostacoli che vanno ben oltre la qualità della proposta artistica: questioni immobiliari, costi di gestione sempre più elevati, cambiamenti urbanistici, burocrazia e dinamiche economiche che poco hanno a che fare con la cultura ma che finiscono per determinarne il destino. Il rischio è quello di perdere non soltanto dei palchi, ma degli ecosistemi culturali. Perché i grandi artisti continueranno probabilmente a trovare spazi dove esibirsi. Chi rischia di restare senza voce sono soprattutto i giovani musicisti, i nuovi progetti, le realtà indipendenti che hanno bisogno di luoghi accoglienti e accessibili per crescere. La chiusura di un locale non coincide mai soltanto con l’abbassarsi di una serranda. Significa interrompere relazioni, percorsi artistici, occasioni di incontro e di scoperta. Significa perdere pezzi di memoria collettiva e, spesso, rinunciare a immaginare il futuro. Per questo la vicenda dello Spirit de Milan e quella dell’Asino che Vola non dovrebbero essere archiviate come semplici fatti di cronaca locale. Sono il segnale di una fragilità che riguarda l’intero sistema della musica dal vivo italiana. E ricordano quanto siano preziose le persone che, con coraggio e visione, decidono di investire tempo, energie e risorse per creare luoghi in cui la cultura possa esistere davvero. I muri possono chiudere, cambiare destinazione o scomparire. Le comunità che quei luoghi hanno generato restano. Ma senza nuovi spazi in cui incontrarsi, crescere e suonare, anche le comunità più forti rischiano, prima o poi, di disperdersi.