Il Re del Pop non ha mai lasciato il trono: 17 anni senza Michael Jackson

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Il 25 giugno 2009 il mondo si fermò. La notizia della scomparsa di Michael Jackson, arrivata all’improvviso dalla sua blindatissima villa di Holmby Hills a Los Angeles, lasciò un vuoto che allora sembrava del tutto incolmabile. Oggi, a diciassette anni esatti da quel giorno, quel vuoto si è trasformato in una presenza costante e quasi tangibile. Jackson non è affatto un ricordo sbiadito confinato nei cataloghi musicali del passato, ma una forza viva. La sua arte, i suoi passi di danza e la sua estetica rivoluzionaria continuano a plasmare e a ridefinire la cultura pop contemporanea. Quest’anno, tuttavia, l’anniversario assume un significato ancora più profondo, perché il mito si prepara a farsi carne, sangue e cinema.

C’è un’attesa febbrile nel mondo dello spettacolo per “Michael”, l’attesissimo film biografico diretto da Antoine Fuqua. Non si tratta del solito tributo nostalgico o di un’operazione puramente commerciale, ma di un’opera cinematografica monumentale che promette di ripercorrere le luci accecanti e le ombre più profonde della vita dell’artista. A rendere il progetto un evento epocale concorre la visione cinetica del regista, affiancata dalla firma del produttore Graham King, l’uomo che ha già trasformato la storia di Freddie Mercury nel successo planetario di Bohemian Rhapsody.

La vera scommessa del biopic risiede però nel DNA del suo protagonista. La scelta della produzione è infatti caduta su Jaafar Jackson, nipote ventottenne di Michael e figlio di Jermaine. Le immagini arrivate dal set hanno lasciato i fan di tutto il mondo senza fiato per una somiglianza fisica, una fluidità nei movimenti e un timbro vocale che restituiscono un’illusione quasi magnetica dello zio nei suoi anni d’oro. Il film promette di non fare sconti alla complessità dell’uomo dietro il guanto bianco, affrontando ogni capitolo della sua esistenza, dalla traumatica infanzia con i Jackson 5 fino alle vette stratosferiche di Thriller, senza ignorare le tempeste mediatiche e giudiziarie che hanno segnato i suoi ultimi anni.

Ridurre l’eredità di Michael Jackson al solo, seppur immenso, fattore cinematografico sarebbe però un errore macroscopico. A diciassette anni dalla sua scomparsa, la sua influenza continua a muoversi su livelli straordinariamente attuali, a partire dal mercato digitale. Mentre molti artisti della sua epoca faticano a dialogare con le nuove generazioni, i numeri di Jackson sulle piattaforme di streaming continuano a registrare record impressionanti. Brani storici come Billie Jean, Beat It e Smooth Criminal collezionano miliardi di riproduzioni, mentre su TikTok i suoi passi vengono costantemente riscoperti, campionati e reinterpretati da creator che non erano ancora nati quando lui era in vita. Questa impronta è evidente anche nello stile delle moderne popstar. Da The Weeknd a Bruno Mars, da Beyoncé a Justin Timberlake, non esiste un artista contemporaneo che non abbia preso in prestito una sfumatura della sua precisione millimetrica nella danza, del suo uso del falsetto o della sua concezione del videoclip inteso come cortometraggio d’autore. Al contempo, l’impatto umanitario di Jackson, spesso oscurato dal gossip in passato, resta monumentale. Canzoni come Man in the Mirror, Heal the World e Earth Song non erano semplici hit da classifica, ma veri e propri manifesti politici ed ecologisti che oggi, in un mondo segnato da profonde crisi sociali e climatiche, risuonano più urgenti che mai.

Diciassette anni rappresentano il tempo di un’intera generazione, un periodo sufficiente a decretare se un artista sia stato solo una moda passeggera o un pilastro della storia della musica. Michael Jackson appartiene indiscutibilmente alla seconda categoria. Mentre il pubblico si prepara a mettersi in fila fuori dai cinema per riscoprire la sua complessa parabola umana, la sua musica continua a risuonare ovunque, dimostrando che l’uomo sarà anche volato via in quel maledetto giugno, ma il Re del Pop non ha mai abbandonato il suo trono.