Luca Parula presenta il nuovo singolo, OLA, che inneggia alla vita e allo stare insieme

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L’artista partenopeo in questa estate strizza l’occhio ad un irresistibile ritmo latino-sudamericano. OLA è il canto dello stare insieme contro l’individualismo forzato provocato dagli smartphone.

L’anno scorso attraversava dolori importanti ed invocava il coraggio di andare avanti scegliendo il mare come metafora di reattività e rinascita, attraverso il singolo estivo Me ne vado al mare. Durante l’inverno ha pubblicato tanti brani sulle piattaforme, alternando la nuova produzione con il recupero dei vecchi pezzi incisi fra la fine degli anni novanta e l’inizio degli anni Duemila.

Nello specifico, come ha vissuto nell’ultimo anno Luca Parula?

Ho investito molto nella musica. Non potevo fermarmi alle canoniche uscite discografiche che oggi hanno tempi di sopravvivenza molto limitati. Fra riprese di vecchi brani, recupero di pezzi dimenticati e canzoni nuove, mi sono accorto della lieve crescita del mio pubblico e mi sono impegnato a nutrire tutto ciò.

Nell’autunno scorso sei ripartito da Africa

Sì, questo pezzo è storico e meritava un restyling prodotto da Giovanni Paolo Liotta. Era uno dei brani di punta del mio repertorio coi Parula. Era molto amato e molto richiesto nei concerti. Poi ho inaugurato l’anno con la ballad Veneris e ho completato al momento, il trittico di collaborazione con Liotta che aveva già arrangiato anche Me ne vado al mare. Ho ripreso poi la collaborazione con Skioffi che si era occupato di Mi fido, il mio brano di ritorno da solista e ha realizzato sia Unica che la recentissima Ola. In primavera invece, ho pubblicato miei vecchi pezzi in napoletano, che hanno goduto sempre di una versione live e mai editi finora. Ho notato un felice riscontro: riscoperti dal mio nuovo pubblico e hanno riavvicinato i mei vecchi ascoltatori.

E dopo un anno abbondante dal tuo ritorno da solista, che analisi hai tratto?

E’ prestissimo per trarre bilanci. Il mondo musicale continua a cambiare in maniera tempestiva. Non puoi fare analisi perché c’è troppa proposta e quel che credi per tre mesi, si ribalta completamente con altri stili e tendenze. Ho un pubblico modesto nei numeri ma in crescita. Ciò mi rende felice ma non essendo nel mainstream non posso brindare a grandi risultati. Confesso però che in buona parte sono soddisfatto: riesco a pubblicare la musica che amo e nella quale credo, raccolgo feedback positivi da varie tipologie di followers e spero di poter tornare presto nel giro dei Live per avere dei feedback ancora più reali dal pubblico che ti ascolta.

Ola, il tuo nuovo pezzo, edito dalla Soter, si presta molto alle versioni live…

Con modestia aggiungo che tutti i miei pezzi hanno una struttura molto consona alla dimensione del concerto. E’ sempre stato così, sin dai miei esordi da giovanissimo. Ola mi rende orgoglioso come brano apparentemente estivo. E’ sorretto da un arrangiamento forte del bravissimo Skioffi, ha molta musica suonata e al tempo stesso, lo sento modernissimo. Sono fuori dal giro discografico che conta ma sono certo che è un brano che nel tempo mi darà molte soddisfazioni.

Nel testo citi l’erba amara, l’unghia nera, la mano ferita…eppure Ola è un inno alla gioia corale… Confermo. Scrivo ciò che vivo ed esorto a reagire ad ogni interferenza nella vita. Io amo la natura, sono anche giardiniere di professione, conosco la forza della terra, il profumo dell’erba, il taglio degli arnesi e mi piace che tutto ciò riesca a renderlo metafore in musica. E Ola è il mio canto sincero alla vita, alla condivisione; è contro l’isolarsi con gli smartphone e può diventare, senza alcun pregiudizio, un brano virale e corale.