Il rito collettivo di Mannarino: la notte magica che ha infiammato il Rock in Roma

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L’attesa era vibrante, di quelle che si respirano solo nelle grandi serate dell’estate romana. A tre anni di distanza dal suo ultimo tour estivo in Italia, Alessandro Mannarino è tornuto a casa, regalando al pubblico di Rock in Roma una notte indimenticabile, venerdì 10 luglio 2026. L’Ippodromo delle Capannelle si è trasformato in un gigantesco palcoscenico a cielo aperto, teatro di quello che è stato, a tutti gli effetti, un vero e proprio rito collettivo.

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foto di Giovanni Buonomo

Il concerto è stato concepito come un viaggio sonoro a due facce: da un lato, l’esplorazione intima e coraggiosa del suo nuovo lavoro discografico, “Primo Amore”, nato da un periodo di isolamento tra i boschi e le spiagge del Sud America; dall’altro, la dimensione più viscerale e popolare che da sempre caratterizza la sua musica, profondamente radicata nella tradizione romana e mediterranea. Accompagnato da una band di polistrumentisti di altissimo livello, il cantautore di San Basilio ha saputo alternare momenti di intensa poesia a improvvise esplosioni di energia folk. L’apertura è stata affidata a “Roma”, un omaggio d’amore e disincanto alla Città Eterna, per poi proseguire tra le atmosfere evocative di “Kalanera” e la delicata emozione di “Bambino”. «Voglio far vibrare i corpi per liberare le coscienze», aveva dichiarato l’artista alla vigilia del tour. A giudicare dalla risposta delle migliaia di persone presenti a Capannelle, l’obiettivo è stato pienamente raggiunto. Fin dai primi brani il pubblico ha accompagnato ogni parola, trasformando il concerto in un dialogo continuo tra palco e platea. Il vero punto di svolta emotivo della serata è arrivato sulle note di “Apriti Cielo”, quando l’Ippodromo è esploso in un coro unanime. Da quel momento il confine tra artista e pubblico si è completamente dissolto. La forza liberatoria di “Arca di Noè” e “Animali” ha acceso ulteriormente gli animi, preparando il terreno per un finale intriso di romanità con “Fatte Bacià”, la suggestiva “Tevere Grand Hotel” e la struggente malinconia di “Serenata Lacrimosa”.

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foto di Giovanni Buonomo

Quello di Mannarino è stato molto più di un semplice concerto: un lungo viaggio musicale capace di attraversare mondi e culture, emozioni e ricordi. Dopo il successo del tour europeo, il cantautore è tornato sul palco con una maturità artistica ancora più evidente, senza perdere quell’urgenza espressiva e quella spontaneità che da sempre rappresentano il cuore della sua musica. La scaletta ha saputo fondere con naturalezza i ritmi folk, gli stornelli e le sonorità popolari degli esordi con le contaminazioni world music e le sfumature più moderne esplorate negli ultimi lavori. Tra chitarre battenti, percussioni tribali, fiati e arrangiamenti raffinati, il pubblico di Capannelle ha cantato a squarciagola ogni brano, dai pezzi più intimi e introspettivi fino agli inni di libertà e di festa che hanno reso celebre il repertorio del cantautore romano. La partecipazione è stata costante per tutta la serata, con migliaia di voci unite in un unico grande coro. Mannarino, istrionico e carismatico come sempre, ha tenuto il palco con la naturalezza di chi, più che esibirsi davanti a una folla, sembra ritrovarsi a suonare per una comunità di amici. Tra racconti, sorrisi e momenti di riflessione, ha costruito un legame autentico con il pubblico, rendendo ogni canzone parte di una storia condivisa. I bis hanno rappresentato il culmine di una festa lunga oltre due ore. La delicatezza acustica di “Marilù” ha fatto da preludio all’inno più atteso della serata, “Me So’ ‘Mbriacato”, che ha scatenato le danze e unito migliaia di persone in un unico, emozionante abbraccio sotto il cielo di Roma. Un finale travolgente che ha confermato ancora una volta quanto il legame tra Mannarino e la sua città sia qualcosa di profondo, viscerale e destinato a rinnovarsi ogni volta che le sue canzoni tornano a risuonare dal vivo.