Litfiba, il cerchio si richiude: 17 Re torna a vivere sotto il cielo di Roma

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Ci sono album che segnano un’epoca e altri che, con il trascorrere degli anni, finiscono per acquisire un valore ancora maggiore. “17 Re” appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Non è soltanto uno dei vertici della produzione dei Litfiba, ma uno di quei lavori che hanno contribuito a ridefinire il linguaggio del rock italiano, aprendolo alla new wave europea, alle suggestioni mediterranee e a una ricerca sonora che allora aveva pochi termini di paragone nel nostro Paese.

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Piero Pelù sul palco del Rock in Roma (foto di Alessandro Sgritta)

Per questo la serata del 16 luglio 2026 a Rock in Roma, all’Ippodromo delle Capannelle, aveva un significato particolare. Non era una semplice reunion né un’operazione costruita sulla nostalgia: era l’occasione per riascoltare integralmente un’opera fondamentale, eseguita dalla formazione che l’aveva concepita – Piero Pelù, Ghigo Renzulli, Gianni Maroccolo e Antonio Aiazzi – con Luca Martelli a raccogliere, con rispetto e intelligenza, l’eredità del compianto Ringo De Palma. L’attacco affidato all’introduzione strumentale di “Febbre” ha immediatamente restituito quell’atmosfera sospesa e inquieta che caratterizzava il disco del 1986. Da quel momento il concerto ha seguito quasi fedelmente la sequenza dell’album, senza interruzioni e senza concessioni, quasi a ribadire come “17 Re” sia stato pensato come un’opera organica più che come una semplice raccolta di canzoni. È proprio questa coerenza a colpire ancora oggi. “Come un Dio”, “Oro nero”, “Sulla Terra”, “Vendette” e “Ferito” conservano una forza espressiva impressionante, alimentata da un equilibrio raro tra tensione rock, aperture melodiche e ricerca timbrica. I Litfiba di allora riuscivano a essere oscuri senza risultare manieristi, intensi senza cedere alla retorica, costruendo un immaginario personale che affondava le radici nella cultura mediterranea ma guardava con naturalezza alla scena internazionale. L’esecuzione è stata di altissimo livello. Ghigo Renzulli continua a dimostrare quanto il suo stile chitarristico sia stato determinante nel definire l’identità della band: essenziale, evocativo, sempre funzionale alla costruzione del clima emotivo delle canzoni. Antonio Aiazzi ha riportato al centro del suono quelle tastiere che costituiscono uno degli elementi più distintivi del primo periodo dei Litfiba, mentre il basso di Gianni Maroccolo si è confermato il vero collante dell’intero impianto musicale, capace di guidare ogni sviluppo armonico senza mai cercare protagonismi.

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foto di Alessandro Sgritta

Luca Martelli ha affrontato un compito tutt’altro che semplice. Sostituire idealmente Ringo De Palma significa confrontarsi con uno dei batteristi più originali del rock italiano degli anni Ottanta. Martelli ha evitato qualsiasi sterile imitazione, scegliendo invece di rispettarne lo spirito attraverso una prova energica, precisa e sempre perfettamente inserita nell’economia del gruppo. Al centro della scena, naturalmente, Piero Pelù. La sua voce conserva una potenza sorprendente e affronta un repertorio particolarmente impegnativo con sicurezza e naturalezza. Ancora più impressionante è la presenza scenica: il cantante fiorentino continua a occupare il palco con un carisma raro, alternando teatralità, ironia e momenti di intensa partecipazione emotiva. Tra un brano e l’altro non sono mancati gli interventi dedicati all’attualità internazionale, in linea con quanto Pelù sta facendo da tempo durante questo tour. I suoi messaggi contro tutte le guerre, le dure critiche a Benjamin Netanyahu e a Donald Trump e i continui richiami alla pace e al rispetto dei diritti umani sono stati accolti con convinzione dal pubblico. Del resto, l’impegno civile ha sempre rappresentato uno degli elementi distintivi della poetica dei Litfiba e anche questa volta è apparso perfettamente coerente con il loro percorso artistico. Il momento più atteso dell’intera prima parte è arrivato inevitabilmente con “17 Re”. La title track rappresentava da sempre una sorta di leggenda per gli appassionati: registrata all’epoca delle session dell’album, fu esclusa dalla scaletta definitiva perché la band non la riteneva sufficientemente convincente, pur lasciandole l’onore di dare il titolo al disco. Ascoltarla finalmente nel contesto per cui era stata concepita ha avuto il sapore della riconciliazione con la propria storia. Più che una rarità recuperata, è sembrata il tassello mancante di un mosaico che oggi appare finalmente completo.

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Ghigo Renzulli (foto di Alessandro Sgritta)

Il resto del percorso, da “Apapaia” fino alla conclusiva “Resta”, è filato con una naturalezza quasi sorprendente. “Ballata”, “Re del silenzio”, “Pierrot e la luna”, “Univers”, “Tango”, “Cafè, Mexcal e Rosita”, “Gira nel mio cerchio” e “Cane” hanno confermato quanto “17 Re” mantenga ancora oggi una compattezza compositiva che pochi album italiani possono vantare. Nessuna sensazione di riempitivo, nessun momento interlocutorio: ogni episodio contribuisce a costruire un racconto musicale coerente e ancora straordinariamente moderno. Con “Resta” si è chiuso il primo atto della serata. Ma invece di abbassare la tensione, il concerto ha cambiato completamente prospettiva. I bis hanno infatti abbandonato la dimensione monografica per trasformarsi in una sorta di viaggio attraverso la stagione più creativa dei primi Litfiba, quella che dagli esordi conduce fino a “Pirata”. Se nella prima parte il pubblico aveva assistito all’esecuzione integrale di un album fondamentale, nella seconda è arrivata la celebrazione di un repertorio che ha contribuito a definire la storia del rock italiano. “Il vento” ha aperto questa seconda fase con un’intensità quasi liberatoria, seguita dalla trascinante “Istanbul” e da “Santiago”, tre brani che hanno immediatamente riportato al centro quella miscela inconfondibile di rock, suggestioni etniche e tensione poetica che ha reso i Litfiba una realtà unica nel panorama europeo. L’emozione più forte è arrivata con “Eroi nel vento”. Prima dell’esecuzione, il ricordo di Ringo De Palma ha assunto il tono semplice e sincero che meritava uno dei protagonisti della storia della band. Il tributo è stato accolto da un lungo applauso, trasformando quel momento in una memoria condivisa tra musicisti e pubblico.

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Antonio Aiazzi (foto di Alessandro Sgritta)

Da lì in avanti è stato un crescendo di energia. “La preda”, “Tex” e soprattutto “Cangaceiro” hanno trasformato l’area di Rock in Roma in un gigantesco coro collettivo, chiudendo il concerto con quella miscela di potenza, ritmo e partecipazione che rappresenta da sempre il marchio di fabbrica dei Litfiba dal vivo. Alla fine rimane la sensazione di aver assistito a qualcosa di più di una semplice celebrazione. La prima parte del concerto ha restituito tutta la grandezza di “17 Re”, finalmente completato dalla presenza della sua storica title track, dimostrando quanto quell’album continui a rappresentare uno dei vertici assoluti del rock italiano. La seconda ha ricordato invece come il primo repertorio dei Litfiba sia ancora oggi un patrimonio vivo, capace di incendiare il pubblico senza bisogno di artifici. Non era un’operazione nostalgia. Era la dimostrazione che certe canzoni, quando nascono da una visione autentica e vengono affidate a musicisti ancora in grado di interpretarle con questa autorevolezza, continuano a parlare al presente con la stessa forza di quarant’anni fa. E forse è proprio questa la vera misura della loro grandezza.