C’erano i fan della prima ora, quelli che li avevano visti nei club degli anni Novanta e nei festival dell’epoca. Ma c’erano anche ragazzi che, quando i Bluvertigo pubblicavano “Metallo non metallo” o “Zero”, non erano ancora nati. È forse questa l’immagine più significativa del concerto che la band ha tenuto sabato 18 luglio 2026 a Rock in Roma, all’Ippodromo delle Capannelle: un pubblico trasversale, capace di raccontare meglio di qualsiasi celebrazione quanto la musica del gruppo abbia attraversato il tempo e sia riuscita a parlare anche a generazioni che quella stagione non l’hanno vissuta.

Dopo il debutto della reunion dello scorso aprile a Milano, la sensazione era quella di assistere a un evento eccezionale, quasi irripetibile, carico soprattutto del peso emotivo del ritorno insieme di Morgan, Andy, Livio Magnini e Sergio Carnevale. A Roma, invece, cambia la prospettiva. L’emozione della ritrovata unità resta, ma lascia spazio a qualcosa di ancora più importante: la consapevolezza che i Bluvertigo siano tornati a essere una vera band. Più rodata, più sicura, più compatta. Il concerto dura circa due ore, comprese le lunghe introduzioni, i dialoghi con il pubblico e le (poche) pause narrative di Morgan. L’inizio è volutamente dilatato. La costruzione della tensione è lenta, quasi cinematografica, mentre il basso imprime subito la direzione con un groove deciso e la batteria costruisce un impianto ritmico granitico. È un ingresso nel mondo sonoro dei Bluvertigo, fatto di elettronica e rock, di post-punk e pop colto, di sperimentazione e melodia. L’apertura con “Decadenza” è quasi una dichiarazione d’intenti. Non è il classico inizio esplosivo pensato per conquistare immediatamente il pubblico, ma un’immersione nel linguaggio musicale che ha sempre caratterizzato il gruppo. Il suono appare immediatamente più compatto rispetto alla prima data milanese. Le chitarre sono robuste, i sintetizzatori avvolgono ogni brano senza mai diventare invadenti e la sezione ritmica costruisce una base poderosa sulla quale la band può permettersi di allungare molte composizioni trasformandole in lunghe esplorazioni sonore. È il marchio di fabbrica dei Bluvertigo: prendere la forma canzone e deformarla dal vivo, senza tradirne l’identità.

Dopo “Il Dio denaro”, Morgan interrompe il concerto per uno dei suoi interventi più significativi della serata. Senza citare direttamente il nome del gioielliere Mario Roggero, prende spunto dalla cronaca per riflettere sul valore della vita umana, sostenendo come l’uccisione di una persona non possa trovare giustificazione nemmeno di fronte a un furto. Il ragionamento assume presto una dimensione spirituale. «Se li perdoni troverai la Grazia. Ma non da Mattarella… da Dio». È uno dei momenti in cui Morgan torna a essere quel personaggio divisivo che da sempre accompagna la sua attività artistica: capace di trasformare un concerto in un luogo di discussione culturale e filosofica. Si può condividere oppure no, ma è impossibile negare la coerenza con un percorso artistico che ha sempre cercato di superare il semplice intrattenimento. “L’assenzio (The Power of Nothing)” rappresenta uno dei vertici dello spettacolo. Alle spalle della band scorrono immagini che dialogano continuamente con il testo. Quando viene citato Franco Battiato, sul grande schermo appare anche il volto del Maestro, in uno dei momenti più emozionanti dell’intera serata. Non è un semplice omaggio visivo: è il riconoscimento di una filiazione artistica evidente. Del resto i Bluvertigo sono stati, negli anni Novanta, tra i pochissimi gruppi italiani capaci di raccogliere la lezione di Battiato, Bowie, Brian Eno, dei Depeche Mode e del post-punk britannico, trasformandola in qualcosa di profondamente italiano e assolutamente originale. Se a Milano la voce era sembrata il punto più fragile della reunion, a Roma il miglioramento è evidente. Morgan appare decisamente più sicuro. L’intonazione è più stabile, la gestione del fiato più efficace e soprattutto emerge una maggiore fiducia nelle proprie possibilità vocali. Non forza quasi mai, preferendo lavorare sulle sfumature e sull’interpretazione, scelta che valorizza un repertorio nel quale il significato delle parole conta almeno quanto la componente melodica. Resta naturalmente il frontman imprevedibile di sempre.

Alterna basso, tastiere e voce con una naturalezza che pochi musicisti italiani possiedono. Quando si mette alle tastiere il concerto cambia completamente atmosfera. Le dinamiche si abbassano, il tempo sembra rallentare e l’attenzione del pubblico si concentra sulla scrittura delle canzoni. Anche i suoi due interventi pianistici solisti, virtuosistici ma mai autoreferenziali, rappresentano momenti di respiro all’interno di uno spettacolo ricco di cambi di intensità. Se Morgan continua a rappresentare il volto mediatico dei Bluvertigo, Andy ne è probabilmente l’anima sonora. La sua presenza sul palco è impressionante per naturalezza e autorevolezza. Passa continuamente dalle tastiere al sax, costruendo quei paesaggi sonori che rendono immediatamente riconoscibile la musica della band. Non cerca mai il protagonismo, eppure ogni sua entrata modifica profondamente l’equilibrio del brano. Le sue linee di sintetizzatore dialogano costantemente con la chitarra di Livio Magnini, creando quella tessitura elettronica che è stata una delle principali innovazioni dei Bluvertigo nella scena italiana degli anni Novanta. Quando imbraccia il sax, poi, il concerto cambia ancora pelle. Il suo fraseggio evita qualsiasi esibizionismo jazzistico per inserirsi perfettamente nell’impianto rock ed elettronico della band. Sono interventi misurati ma fondamentali, capaci di ampliare continuamente il respiro degli arrangiamenti. Non è esagerato affermare che buona parte dell’identità sonora dei Bluvertigo passi proprio attraverso il lavoro di Andy, musicista spesso sottovalutato quando si racconta la storia del gruppo ma assolutamente determinante nella costruzione del loro linguaggio.

Se Andy costruisce gli ambienti sonori, Livio Magnini è colui che dà corpo alle canzoni. La sua chitarra è finalmente valorizzata come merita. Alterna riff taglienti, aperture melodiche e momenti più atmosferici con una precisione che evita qualsiasi eccesso virtuosistico. Il dialogo continuo con i sintetizzatori rappresenta uno degli elementi più affascinanti del concerto. Alla batteria Sergio Carnevale conferma di essere uno dei musicisti più raffinati della sua generazione. Il suo drumming è potente ma sempre elegante, preciso senza diventare meccanico. Tiene insieme la complessità ritmica di molti brani lasciando continuamente respirare il resto della band. È lui il principale responsabile della straordinaria compattezza raggiunta dal gruppo in questa seconda parte del tour. Accanto ai quattro Bluvertigo trova ancora spazio Lele Battista (ex componente dei La Sintesi), chiamato a ricoprire il ruolo di polistrumentista. Il suo contributo è tutt’altro che marginale. Tastiere, chitarre e seconde parti contribuiscono ad arricchire un impianto sonoro già molto complesso, permettendo alla band di riprodurre dal vivo la ricchezza degli arrangiamenti originali senza rinunciare alla libertà interpretativa. Il concerto prosegue attraversando praticamente tutta la produzione della band.

“Sono = sono” mantiene intatta la sua forza filosofica, mentre “La comprensione” acquista una dimensione quasi ipnotica grazie ai lunghi sviluppi strumentali. “Forse” rappresenta uno dei momenti più accessibili della serata, ma senza perdere quella sofisticata costruzione armonica che ha sempre distinto la scrittura dei Bluvertigo. Con “L.S.D. (La sua dimensione)” il concerto entra definitivamente nella sua fase più sperimentale. Luci, video e musica si fondono in un’unica esperienza sensoriale. “Sovrappensiero” e “(Le arti dei) miscugli” confermano la capacità del gruppo di alternare tensione e leggerezza, mentre “L’eretico” restituisce tutta la componente più oscura del repertorio. Quando arrivano “Cieli neri”, “La crisi” e “Zero”, il pubblico canta praticamente ogni parola. Sono canzoni che, pur appartenendo agli anni Novanta, sembrano aver mantenuto intatta la loro capacità di raccontare il presente. I bis si aprono con una raffinata versione di “Loving the Alien” di David Bowie. Morgan introduce il brano ricordando come Bowie rappresenti un punto di riferimento condiviso da tutti i componenti della band. È una scelta perfettamente coerente con l’identità dei Bluvertigo, che hanno sempre fatto dialogare la musica italiana con quella internazionale senza alcun complesso d’inferiorità. Il medley composto da “Iodio”, “Il mio malditesta” e “Salvaluomo” scatena definitivamente il pubblico, prima della conclusione affidata a “Altre forme di vita”, perfetta sintesi della poetica del gruppo. Anche dal punto di vista visivo lo spettacolo convince. I video non rubano mai la scena ai musicisti, ma accompagnano le canzoni con immagini astratte, colori saturi e richiami continui all’estetica digitale che ha sempre caratterizzato l’universo dei Bluvertigo. Le luci sono probabilmente l’elemento tecnico più riuscito della produzione: cambiano continuamente atmosfera, dialogano con le armonie e trasformano ogni brano in un piccolo ambiente emotivo differente. Al di là della qualità del concerto, questa reunion ricorda una verità che troppo spesso viene dimenticata. I Bluvertigo sono stati una delle band più importanti della musica italiana degli anni Novanta. In un panorama dominato dal rock alternativo, dal pop tradizionale e dal cantautorato, riuscirono a introdurre con naturalezza elettronica, industrial, new wave, art rock e sperimentazione, senza mai rinunciare alla forma della canzone.

Molti gruppi arrivati negli anni Duemila e nel decennio successivo hanno costruito parte del proprio linguaggio partendo proprio da quella lezione: la possibilità di unire ricerca sonora, cultura pop, letteratura, filosofia e tecnologia all’interno della musica italiana. Vedere sotto il palco tanti ventenni e trentenni, molti dei quali erano appena nati quando i Bluvertigo conquistavano classifiche e festival, significa constatare come quell’influenza non si sia mai realmente interrotta. Le loro canzoni hanno continuato a circolare, a essere riscoperte, studiate e amate anche da chi non aveva vissuto direttamente quella stagione. È probabilmente questo il successo più grande della reunion. A Roma i Bluvertigo dimostrano definitivamente che questa reunion non è un’operazione nostalgica. È il ritorno di una band che ha ritrovato il piacere di suonare insieme. Le tensioni del passato sembrano lasciare spazio a un equilibrio nuovo, nel quale ciascun musicista mette il proprio talento al servizio dell’insieme. Morgan appare artisticamente più centrato rispetto ai primi concerti del ritorno, Andy conferma di essere uno dei musicisti più raffinati del panorama italiano, Livio Magnini e Sergio Carnevale rappresentano una sezione ritmica e armonica di altissimo livello, mentre Lele Battista completa con intelligenza un organico già ricchissimo. Più che una semplice reunion, quella vista sul palco di Rock in Roma è la riscoperta di una delle poche band italiane che abbiano realmente modificato il linguaggio del rock nazionale. Un gruppo che, a distanza di oltre trent’anni dalla nascita, continua a suonare moderno senza inseguire la modernità, dimostrando che le grandi idee musicali non appartengono a un’epoca, ma continuano a parlare anche quando cambiano le generazioni che le ascoltano.