Ha iniziato alla Scuola di Blues del quartiere Barca di Bologna per arrivare a vivere la musica country e rockabilly: confessa il suo amore spassionato per Roy Buchanan oltre che per gli Allman Brothers Band e ZZ Top, apprezzando anche Mark Knopfler dei Dire Straits. Il suo più recente album si intitola 202, numero di serie della sua Fender Telecaster …
Un bentrovato a Roberto Formignani: davvero belle le recensioni che stanno uscendo sul tuo album 202 … Grazie Giancarlo, si sono veramente molto contento che sia stato colto in modo molto positivo dalla stampa e ringrazio tutti i giornalisti del settore che hanno scritto belle parole a riguardo, sono state di grande aiuto per farci avere dei buoni ingaggi per i concerti di questa estate ed il disco è molto ascoltato anche sulle varie piattaforme digitali: anche se pagano una sciocchezza in termini di remunerazione economica, ti fanno conoscere ed apprezzare oltre che dal pubblico in generale, dagli addetti del settore che poi ti chiamano a suonare.
Dal 1989 insegni chitarra blues presso la Scuola di Musica Moderna di Ferrara, di cui sei socio fondatore: come definiresti questa esperienza? La definisco altamente formativa perché insegnando ho imparato tantissime cose, sia a livello umano che tecnico. Nei primi anni di insegnamento, c’erano delle altissime aspettative da parte degli allievi, che volevano emulare molti miti del momento, da Van Halen, a Malmsteen, solo per citare alcuni virtuosi della chitarra, per arrivare ovviamente a Clapton, Vaughan, Beck, Page, Blackmore, Gilmour e tanti altri che hanno fatto la storia dello strumento, ma principalmente c’era un’attenzione per gli iper tecnici e quindi ho dovuto tirarmi su le maniche e studiare; io venivo dal Blues e anche se ero reputato un bravo chitarrista, non sapevo nulla di tutto quel mondo Shred. Devo dire che tutta quella gavetta mi è servita poi a trasferire quelle esperienze nella musica che più mi appartiene ed è per quello che nei miei dischi si sentono varie influenze, non ultima quella della chitarra suonata con la tecnica ibrida (plettro dita) tipica della musica Country e Rockabilly. Frequentando poi allievi di tutte le età, è stato un percorso umano che mi ha fatto crescere interiormente e sono contento di tutto quello che ho vissuto sia musicalmente che umanamente.

Cosa ascoltava Roberto Formignani da giovane? Quali invece gli artisti che ora ti convincono di più? Sono cresciuto con il jazz di mio padre che era un grande appassionato di swing e quindi Benny Goodman, Duke Hellington, Glenn Miller, Count Basie (che ho visto dal vivo insieme ad Ella Fitzgerald nel 1970 al Palazzetto dello Sport di Bologna), ma anche un po’ di Rock’n Roll come Billy Haley and his Comets, perché a lui e a mia madre piaceva ballare. Mio fratello, più grande di me di cinque anni, ascoltava il rock dei Led Zeppelin, Deep Purple, Pink Floyd, Free, Jethro Tull, Rolling Stones: io di conseguenza prendevo su tutto e appena sono stato un poco più grande, mi sono avvicinato al blues di Bukka White, Reverendo Gary Davis, Son House, Muddy Waters, Little Walter, Howlin Wolf, T. Bone Walker, B.B. King, Albert King, Freddie King, John Mayall, Eric Clapton e ho sempre avuto un amore spassionato per Roy Buchanan oltre che per gli Allman Brothers Band e ZZ Top, apprezzando anche molto artisti inglesi come Mark Knopfler dei Dire Straits. In questo momento non ascolto molta musica paradossalmente e se la ascolto cerco di farlo con artisti che non mi stancano, primo su tutti Eric Clapton che trovo sempre immensamente elegante ed attuale. Mi piace molto anche un certo tipo di musica elettronica e trovo Moby un grande artista.
Vorrei da te dei ricordi per la tua collaborazione con Andy J. Forest, Phil Manzanera (nel progetto The Liberation Project) e Dirk Hamilton … Di collaborazioni ne ho avute diverse, prima su tutte quella che è durata di più negli anni e con il quale ho condiviso il palco per 12 tour estivi, cioè proprio Dirk Hamilton, con lui ho anche cofirmato dei brani su alcuni cd di The Bluesmen, sono stati anni molto intensi e appassionati. Di Andy ho un ricordo molto bello, io ero quello che suonava con lui in duo acustico nei primi anni 2000 e ricordo bellissimi momenti alla notte quando tornavamo dai concerti passati a parlare di blues e tutte le sue meravigliose storie. Andy ha fatto anche la prefazione del libro uscito per l’Arcana e scritto da Samuele Govoni dal titolo Tutto questo è Blues, Roberto Formignani, una vita a ritmo di musica tra il Mississippi e il Po .. La collaborazione con Phil Manzanera è stata strana e casuale perché nel 2017 durante una visita a Ferrara del percussionista Dan Chiorboli, lo hanno indirizzato presso la Scuola di Musica Moderna di Ferrara dicendo che doveva assolutamente conoscermi e così è stato, dopo qualche preliminare abbiamo suonato qualcosa insieme e salutandomi mi ha chiesto se mi sarebbe piaciuto collaborare in un progetto internazionale sui canti della liberazione, visto che lui veniva dal Sudafrica dove c’era stata l’Apartheid, noi abbiamo avuto i partigiani, e un suo amico che era di Cuba dove c’era l’embargo, avrebbe curato la produzione (Phil Manzanera). Dopo un paio di mesi hanno iniziato ad arrivarmi per email dei brani sui quali avrei dovuto mettere le chitarre e spedirle ad un indirizzo in Inghilterra, che ho scoperto dopo fosse l’indirizzo della sala di registrazione dove lavorava Phil Manzanera (la stessa di David Gilmour e i Pink Floyd). Ne è uscito un triplo cd con diverse tracce che contengono le mie chitarre e con collaborazioni illustri come Little Steven. Questo lavoro discografico si chiama The Liberation Project- Song that made us free, uscito nel 2018 e che nel 2019 è diventato un tour di più di 20 date in giro per l’Italia, in quell’occasione sul palco come chitarristi c’ero io e Phil Manzanera, oltre ad una base ritmica composta da 5 sudafricani, e artisti del calibro di N’Faly Kouyatèe e Cisco Bellotti, abbiamo fatto palchi molto grandi e addirittura due Jova Beach insieme a Jovannotti. Fra di noi c’è stato grande rispetto e stima. Eugenio Finardi l’ho conosciuto una sera al Festival Blues di Castelfranco Emilia e abbiamo fatto una jam insieme, nulla di più. Durante la cena siamo stati uno di fronte all’altro e abbiamo scambiato diverse opinioni condivise sulla musica della quale siamo appassionati: il blues.
Ribadito che le recensioni uscite su 202 sono tutte volte al positivo, c’è qualcosa che i critici non hanno colto o non adeguatamente enfatizzato? Roberto Morsiani alla batteria, con il quale collaboro da 28 anni e Alessandro Lapia al basso con il quale suono e collaboro ormai da più di 10 anni, erano piuttosto scettici dopo aver ascoltato i primi provini ed avevano paura di non arrivare ai livelli che abbiamo ottenuto nel 2019 con il primo disco a mio nome (quello con il petalo di rosa in copertina). Erano certi che più di così non si potesse fare ed erano quasi arrivati a convincermi. Allora nell’estate del 2025 ho ripreso in mano i brani, li ho perfezionati e siamo entrati in sala di registrazione a Sermide da Marco Malavasi. Ne è uscito un disco a mio parere molto efficace e diretto, con una buona varietà di sonorità anche se alla fine è stato fatto da un trio, sono contento della resa che hanno le chitarre e se devo dire la verità la stampa è stata molto attenta nel recensirlo, ci sono naturalmente delle finezze che conosciamo solo noi, mi riferisco al testo di Gorèe – The Blues Door che racconta dell’isola da dove partivano gli schiavi per l’America e piccole finezze e riferimenti ad esempio nel testo di Early Fifties dove dico .. Billy Haley play his Guitar, he was Rock in the Clock .. riferendomi a Rock around the Clock, uno dei brani preferiti da mio padre. Infatti io sono un grande fan di Elvis Presley e del suo chitarrista Scotty Moore del quale ho imparato tutti i riff, ma parlando dei primi anni ’50, cito Billy Haley per il collegamento affettivo con mio padre. Sono comunque piccole cose e lo stiamo portando in giro egregiamente in questi giorni in giro per concerti e risultare non stancanti e non ripetitivi in trio è sempre cosa ardua, ma la varietà dei brani e delle sonorità ci aiuta.
Intervista al bluesman Roberto Formignani, riflettendo sugli iper tecnici e sulla tecnica ibrida
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