È morto a Roma, sabato 8 agosto, Rolando D’Angeli, l’uomo che per oltre 50 anni ha saputo trasformare talento, intuito e ostinazione in carriere di successo. Classe 1946, aveva 80 anni. Impresario, manager e produttore discografico, D’Angeli era, come amava definirsi nel titolo della sua autobiografia, un “venditore di stelle”: un mestiere fatto di fiuto, relazioni, coraggio e anche di una buona dose di follia. Tra le stelle che ha contribuito a far brillare c’è soprattutto Nek, il giovane cantautore che sotto la sua guida sarebbe diventato una delle voci italiane più conosciute nel mondo.

Nel libro “Il venditore di stelle. Vita di un impresario fuori dal comune” (uscito nel 2013), arricchito dalla presentazione di Dario Salvatori e dalle testimonianze di artisti e protagonisti dello spettacolo come Pupo, Umberto Tozzi, Bobby Solo, Loretta Goggi, Renato Zero e Maurizio Costanzo, D’Angeli raccontava senza filtri il mondo dello spettacolo, fatto di successi ma anche di episodi curiosi, contrattempi e peripezie. E raccontava anche la propria storia, dagli anni dell’infanzia e dell’adolescenza vissuti nella povertà della periferia romana del secondo dopoguerra fino alla conquista dei vertici dell’industria musicale. “Quando ho intuito che allo stesso modo in cui svolgevo bene l’attività di rappresentante, avrei potuto fare altrettanto in quella d’impresario, ho smesso di sentirmi precario”, scriveva D’Angeli. Una frase che restituisce bene la sua filosofia professionale: “Dovevo pur sempre “piazzare” qualcosa”, spiegava, trasferendo nel mondo dello spettacolo l’esperienza maturata come rappresentante.

La sua carriera era cominciata nel 1978 con Bobby Solo, di cui diventò manager, contribuendo al rilancio della sua popolarità in Italia e all’estero. Un anno dopo fondò la Music Show International, destinata a diventare una delle realtà più importanti del management musicale. Poi arrivarono Michele Zarrillo, Raffaella Carrà, Loretta e Daniela Goggi, Pupo e Umberto Tozzi. Con Tozzi realizzò nel 1984 una delle operazioni più importanti della sua carriera: il concerto alla Royal Albert Hall di Londra, diventato poi un doppio album dal vivo, “Tozzi alla Royal Albert Hall”, capace di vendere circa 500 mila copie, oltre a un home video e a uno special televisivo Rai.

Negli anni successivi D’Angeli costruì altri sodalizi destinati a lasciare il segno, da Amedeo Minghi a Mike Francis, fino alla produzione discografica. Nel 1993 fondò la Don’t Worry e iniziò una nuova fase della sua attività, nella quale management, produzione, comunicazione e scouting si intrecciavano sempre più strettamente. Poi arrivò Nek. Nel 1996 D’Angeli decise di produrre quel giovane cantautore e polistrumentista che aveva già alle spalle alcuni album ma non aveva ancora conosciuto il grande successo. “Lei, gli amici e tutto il resto” rappresentò la svolta. Nel 1997 Nek arrivò a Sanremo con “Laura non c’è” e da quel momento la sua carriera decollò a livello internazionale. L’album vendette milioni di copie nel mondo e fu seguito da centinaia di concerti e da una lunga promozione internazionale. D’Angeli, nel suo libro, definiva proprio il percorso con Nek “la vetta più alta del successo”. E spiegava: “Finalmente, con Nek, ebbi l’occasione di seguire una mia creatura”. Non era soltanto il racconto di un produttore soddisfatto del proprio investimento, ma la rivendicazione di un rapporto artistico e umano costruito attorno alla convinzione che quel ragazzo potesse andare molto lontano.

E lontano ci andò davvero. Il successo di “Laura non c’è” superò i confini italiani. D’Angeli racconta nel libro di essere stato contattato dalla Maverick Records, la casa discografica legata a Madonna, interessata a Nek «a qualunque cifra». L’offerta venne però rifiutata. «Desideravo lavorare a pieno regime e in completa autonomia», raccontava, spiegando la scelta di proseguire il percorso con Nek senza rinunciare al controllo artistico e professionale del progetto. Fu una scelta che si rivelò vincente. D’Angeli puntò infatti sull’internazionalizzazione del progetto, lavorando anche alla versione spagnola di “Laura non c’è”, “Laura no está”, e alla pubblicazione dell’album in lingua spagnola. Il successo portò il produttore fino alla convention mondiale della WEA a Città del Messico. Nel frattempo il sodalizio con Nek proseguì con gli album “In due”, nel 1998, “La vita è”, nel 2000, e “Le cose da difendere”, nel 2002. Ma la storia professionale di D’Angeli non si esaurisce nel successo di Nek. Nel corso degli anni lavorò con una lunga schiera di artisti, tra cui Giorgia, Fabrizio Moro, Kelly Joyce, Tosca, Patrizia Laquidara, Luca Barbarossa, Massimo Di Cataldo e Mariella Nava. Il suo talento imprenditoriale si espresse anche nella capacità di portare la musica italiana fuori dai confini nazionali. D’Angeli produsse spettacoli in oltre 40 Paesi e lavorò con artisti come Claudio Baglioni, Antonello Venditti, Ornella Vanoni, Domenico Modugno, Umberto Tozzi, Mike Francis e Nek. Nel suo racconto autobiografico emergeva anche un altro tratto distintivo del personaggio: il rapporto con gli artisti. D’Angeli ricordava, per esempio, un episodio con Pupo, quando i due arrivarono ad affiggere insieme migliaia di manifesti per promuovere un concerto a Roma. “Fu in occasione di una tappa capitolina presso il teatro tenda Pianeta MD”, raccontava, ricordando come anche un artista affermato fosse disposto a trasformarsi, insieme al suo impresario, in un “perfetto attacchino”. Era questa, in fondo, la sua idea del mestiere: non stare davanti agli artisti, ma un passo dietro di loro. “Stare sempre due passi indietro ai miei artisti”, scriveva nel libro, definendo questa frase un vero e proprio mantra. Una filosofia che accompagna il ricordo di un professionista capace di attraversare generazioni e stagioni diverse della musica italiana, sempre alla ricerca di quella prossima stella da aiutare a brillare.