Dal 19 al 22 agosto Caulonia, in provincia di Reggio Calabria, torna a essere la capitale della musica popolare calabrese con la 28ª edizione del Kaulonia Tarantella Festival, uno degli appuntamenti più longevi e importanti dedicati alla tradizione musicale della regione. Quattro giorni nel segno del tema “Suoni di Pace”, scelto per unire musica, cultura e memoria e trasformare il borgo calabrese in un grande palcoscenico a cielo aperto.

Un’edizione dedicata ad Angelo Frammartino, il giovane cooperante cauloniese ucciso a Gerusalemme nel 2006, nel segno di una manifestazione che vuole fare della cultura uno strumento di dialogo e di incontro tra popoli e generazioni. Alla direzione artistica c’è Mimmo Cavallaro, musicista e interprete che da anni porta avanti un lavoro di valorizzazione e rinnovamento della tradizione calabrese. Il programma parte il 19 agosto con Delia Buglisi, preceduta da Zingari Felici, Francesco Giannini e Kantarè. Il 20 agosto spazio a Cecè Barretta, a Lidiya Koycheva con la Balkan Orchestra e alle Ninfe della Tammorra. Il 21 agosto sarà la volta di Danilo Sacco, insieme ad Andrea Bressi con Cantastorie, ai Gimberiani e a Carmen Floccari. Gran finale il 22 agosto con Dolcenera, protagonista di un incontro musicale con lo stesso Cavallaro sulle note della tradizione calabrese. Ad aprire la serata sarà Gioia Popolare. Accanto ai concerti, il festival propone workshop gratuiti di musica e danza, corsi dedicati agli strumenti tradizionali come tamburello, organetto, chitarra battente, lira calabrese e zampogna, oltre a pizzica, tammurriata e tarantella calabrese. Non mancheranno i suonatori tradizionali, la spettacolare “Tarantella No Stop” guidata dai Giganti di Taurianova e la Fanfara Fiorita di Rombiolo. Ricco anche il programma degli incontri all’Affresco Bizantino, tutti alle 19.30, dedicati al tema “Suoni di pace”: dalla riflessione su Zaleuco, Tommaso Campanella e la legge del ritmo, fino agli appuntamenti con Taras Gruppo Corapl e Gabriele Albanese con “Silent Sound”, per arrivare il 22 agosto all’incontro “Il Mediterraneo che unisce: Il ruolo della cultura mediterranea come strumento di pace”, dedicato anche alla memoria di Angelo Frammartino. Un festival che, dopo quasi trent’anni, continua dunque a mettere in dialogo la tradizione della tarantella con le sonorità contemporanee, trasformando la musica popolare in uno spazio di condivisione, identità e confronto. Di questo percorso, del significato di questa 28ª edizione e dell’incontro tra tradizione e nuove generazioni parliamo con il direttore artistico Mimmo Cavallaro.

Il tema scelto per questa 28ª edizione è “Suoni di Pace”, in un momento storico segnato da guerre e divisioni. Perché avete scelto di affidare proprio alla musica e alla cultura popolare questo messaggio di pace?
Abbiamo scelto “Suoni di Pace” perché sentivamo il bisogno di dare al festival un messaggio forte, profondamente legato al tempo che stiamo vivendo. La musica non può fermare una guerra, naturalmente, ma può fare qualcosa che oggi è altrettanto necessario: creare ponti, mettere in relazione le persone, far dialogare culture e sensibilità diverse. E la musica popolare possiede questa forza in modo particolare, perché nasce dalle comunità, dalle migrazioni, dagli incontri, dalle contaminazioni. Il Mediterraneo stesso è una storia continua di popoli che si incontrano e di culture che si mescolano. Con “Suoni di Pace” vogliamo ricordare che le differenze possono diventare ricchezza e che una piazza in cui migliaia di persone ballano insieme può essere, nel suo piccolo, un’immagine concreta di convivenza e di pace.
Il Kaulonia Tarantella Festival è arrivato alla 28ª edizione ed è ormai un appuntamento di riferimento per la musica popolare calabrese. Qual è, secondo lei, il segreto della sua longevità e della capacità di coinvolgere ancora oggi pubblici e generazioni diverse?
Credo che il segreto sia essere rimasti fedeli alla nostra identità senza trasformarla in qualcosa di immobile. Ventotto edizioni sono tante e significano che il festival è riuscito a crescere insieme al suo pubblico e al territorio. La tarantella continua a essere il nostro cuore, ma intorno a quel cuore abbiamo costruito negli anni incontri, sperimentazioni e aperture verso altri mondi musicali. Poi c’è un elemento fondamentale: Caulonia non è semplicemente il luogo in cui si svolge un festival. Il paese, le sue strade, le piazze e le persone diventano parte dello spettacolo. Chi viene qui non assiste soltanto a un concerto, ma entra in un’esperienza collettiva. Probabilmente è questa dimensione autentica e partecipata che permette a generazioni diverse di ritrovarsi nello stesso luogo e riconoscersi nella stessa festa.

Da direttore artistico e da musicista, lei vive il festival da una doppia prospettiva. Quanto è importante, nella costruzione del programma, mantenere saldo il legame con la tradizione e allo stesso tempo aprirsi alle contaminazioni e ai nuovi linguaggi?
Per me sono due aspetti inseparabili. La tradizione resta viva proprio quando continua a dialogare con il presente. Se la consideriamo qualcosa da conservare sotto una campana di vetro, rischiamo di trasformarla in folklore nel senso più superficiale del termine. La musica popolare, invece, è sempre cambiata: ha assorbito strumenti, storie, influenze, modi diversi di suonare e di raccontare. Da direttore artistico cerco quindi di custodire una radice molto precisa, quella calabrese e meridionale, e nello stesso tempo di metterla in relazione con altri linguaggi. Da musicista questo processo mi viene ancora più naturale, perché so che l’incontro con un artista diverso da te può farti riscoprire persino qualcosa di nuovo nella tua stessa tradizione. La contaminazione funziona quando non cancella le identità, ma le fa emergere ancora più chiaramente.
Quest’anno sul palco ci saranno artisti con percorsi molto diversi, da Danilo Sacco a Dolcenera, passando per Lidiya Koycheva e la Balkan Orchestra. Che cosa accomuna esperienze musicali apparentemente così lontane e che cosa possono raccontarsi a vicenda?
È proprio questa apparente distanza a interessarci. In realtà, dietro linguaggi e percorsi musicali differenti troviamo spesso elementi comuni molto forti: il rapporto con le proprie radici, il racconto, la memoria, il viaggio e soprattutto la capacità della musica di creare comunità. Danilo Sacco porta con sé una storia artistica importante, legata a una musica che ha sempre avuto una forte dimensione narrativa e popolare, capace di parlare direttamente alle persone. Dolcenera ha una sensibilità musicale trasversale e una grande capacità di attraversare generi e linguaggi differenti, mentre Lidiya Koycheva e la Balkan Orchestra ci conducono verso le sonorità e l’energia dei Balcani.
Sono mondi diversi, ma è proprio nell’incontro che emergono le affinità. Il Mediterraneo, i Balcani e il Sud Italia sono territori attraversati nei secoli da popoli, suoni e culture che si sono continuamente contaminati. Il Kaulonia Tarantella Festival vuole essere anche questo: un luogo nel quale le identità non si chiudono in se stesse, ma dialogano. Ed è un concetto che quest’anno assume ancora più significato attraverso il tema “Suoni di Pace”: culture e linguaggi differenti che, attraverso la musica, riescono a trovare uno spazio.

Il festival non è soltanto concerti: ci sono corsi di strumenti tradizionali e di danza, incontri, approfondimenti e momenti dedicati alla cultura mediterranea. Quanto è importante trasmettere alle nuove generazioni non soltanto la musica, ma anche la storia e l’identità che quella musica porta con sé?
È fondamentale. Un festival come il nostro avrebbe poco senso se si limitasse al grande concerto serale. La musica tradizionale vive perché qualcuno impara un ritmo, prende in mano uno strumento, apprende un passo di danza, ascolta il racconto di chi quella cultura l’ha vissuta prima di lui e poi, magari, decide di reinterpretarla a modo proprio. I corsi, gli incontri e i momenti di approfondimento servono proprio a creare questa trasmissione. Ai giovani non dobbiamo consegnare una tradizione dicendo semplicemente “questa va conservata”: dobbiamo dare loro gli strumenti per conoscerla, comprenderla e poi sentirsi liberi di farla propria. L’identità non è nostalgia del passato. È sapere da dove veniamo per poter scegliere con maggiore consapevolezza dove andare.
Il 22 agosto si esibirà anche lei e sarà protagonista insieme a Dolcenera di un incontro particolare tra il suo repertorio e la tradizione calabrese. Che cosa dobbiamo aspettarci da questo duetto e, più in generale, che cosa significa per lei salire sul palco del festival che dirige?
Con Dolcenera ci sarà un incontro che nasce prima di tutto dalla curiosità musicale e dal desiderio di mettere in comunicazione due esperienze differenti. Non volevamo costruire una semplice ospitata, ma provare a creare un momento che avesse davvero il senso del festival: prendere linguaggi e sensibilità diverse e farli incontrare con la tradizione calabrese. Credo che sarà un momento intenso e anche sorprendente, perché quando artisti con percorsi differenti entrano realmente in ascolto l’uno dell’altro, il risultato non è mai completamente prevedibile. Per me, poi, salire sul palco del Kaulonia Tarantella Festival ha sempre un significato particolare. Da direttore artistico vivo per mesi il festival attraverso programmi, idee, incontri, organizzazione e responsabilità. Quando prendo lo strumento e salgo sul palco torno invece alla ragione più profonda per cui faccio tutto questo: la musica. In quel momento scompare, almeno per un po’, il direttore artistico e rimane il musicista. E farlo a Kaulonia, davanti a una comunità e a un pubblico con cui abbiamo condiviso tanti anni di questo percorso, porta con sé un’emozione e una responsabilità davvero speciali.