Il rock americano perde uno dei suoi osservatori più autorevoli e appassionati. Dave Marsh è morto a 76 anni, lasciando alle spalle una lunga carriera nel giornalismo musicale e una produzione libraria che ha contribuito a fissare sulla pagina la storia di alcuni dei protagonisti più importanti della musica americana e britannica. Critico, scrittore, editor e biografo, Marsh aveva fatto della musica molto più di un oggetto da recensire: era per lui una chiave per leggere l’America, le sue trasformazioni e le generazioni che attraverso il rock avevano trovato una propria voce.

La sua storia professionale si è sviluppata soprattutto nel periodo in cui le riviste musicali avevano un peso enorme nella formazione del gusto del pubblico. Nella redazione di Creem, e successivamente attraverso le collaborazioni con Rolling Stone, Village Voice e altre testate, Marsh contribuì a definire un giornalismo lontano dalla freddezza della semplice cronaca. Scriveva di musica con il coinvolgimento di chi riteneva che dietro un album, un concerto o una canzone ci fosse sempre qualcosa di più: un contesto, una storia personale, un’identità collettiva. La sua firma è rimasta particolarmente legata a Bruce Springsteen. Quando il musicista del New Jersey non era ancora diventato una delle più grandi rockstar americane, Marsh fu tra coloro che ne riconobbero precocemente il talento. Nel 1974 accompagnò Jon Landau a un concerto di Springsteen. Quella serata avrebbe avuto conseguenze decisive: Landau scrisse poco dopo il celebre articolo in cui raccontava di aver visto il futuro del rock. Da quell’incontro sarebbe nato anche il rapporto professionale che avrebbe portato Landau a diventare una figura centrale nella carriera del Boss. Marsh, nel frattempo, continuò a seguire Springsteen con una convinzione che sarebbe durata per decenni. Nel 1978 firmò per Rolling Stone la prima grande cover story dedicata all’artista e l’anno successivo pubblicò “Born to Run”, il primo libro dedicato alla sua carriera. Il volume sarebbe diventato un testo fondamentale per conoscere Springsteen negli anni della sua definitiva consacrazione. In Italia fu pubblicato nel 1983 da Gammalibri con il titolo “Nato per correre”, mentre nel 1988 arrivò anche “Glory Days”, edito da Sperling & Kupfer. Non si trattava però soltanto di un rapporto tra un artista e il suo biografo. Tra Marsh e Springsteen si consolidò negli anni un’amicizia profonda, alimentata dalla comune passione per la musica e da una conoscenza maturata nel tempo. A ricordarlo, dopo la morte del giornalista, è stato lo stesso Springsteen, che ha voluto estendere il messaggio anche alla E Street Band.

«La perdita dell’insostituibile Dave Marsh ci ha spezzato il cuore», ha scritto il musicista. Nel suo ricordo ha descritto Marsh come un uomo dotato di anima, intelligenza, passione e carattere, riconoscendogli anche quella natura combattiva che spesso lo portava a sostenere le proprie idee con grande determinazione. Springsteen ha ricordato con particolare affetto le discussioni tra Marsh e Landau sui dettagli della musica, discussioni che potevano diventare interminabili ma che facevano parte del loro modo di vivere il rock. Il passaggio più personale del ricordo riguarda proprio il rapporto con Springsteen. «Ha scritto il primo libro su di me, Born to Run, ed è sempre stato dalla mia parte», ha scritto il musicista, spiegando quanto fosse importante per lui sapere di poter contare sull’amico. Marsh, secondo Springsteen, aveva creduto profondamente nel suo lavoro e aveva mantenuto quella fiducia per tutta la vita. Un sostegno che il rocker considera ancora oggi qualcosa di prezioso. La loro vicinanza fu evidente anche in un momento drammatico della vita di Marsh. Nel 1979 il giornalista sposò Barbara Carr, che avrebbe lavorato per molti anni nel management di Springsteen. La coppia fu colpita dalla morte della figlia Kristen Ann Carr, scomparsa a soli 21 anni. La tragedia portò anche alla realizzazione di concerti benefici ai quali prese parte Springsteen, trasformando ancora una volta il rapporto personale tra il musicista e la famiglia Marsh in qualcosa di concreto e condiviso. Ma ridurre Marsh al suo rapporto con Springsteen significherebbe raccontarne soltanto una parte. Nel corso della sua attività ha scritto circa 25 libri e ha raccontato alcuni dei grandi protagonisti della musica contemporanea. Tra i suoi lavori c’è anche “Before I Get Old: The Story of The Who”, realizzato a partire anche dalle conversazioni con Pete Townshend. Il suo archivio di scritti e libri attraversa così molte delle figure che hanno contribuito a costruire il rock moderno.

Marsh apparteneva a una generazione di giornalisti per la quale una recensione poteva diventare un vero racconto e una rivista musicale poteva contribuire a creare una comunità. Il suo approccio non era quello del critico neutrale, ma quello di chi riteneva che prendere posizione fosse parte stessa del mestiere. Poteva essere severo, polemico, persino scomodo. Ma proprio questa partecipazione rendeva riconoscibile la sua voce. La frase scelta da Springsteen per ricordarlo restituisce bene questa personalità. Marsh era, nelle parole del musicista, una persona «fantasticamente argomentativa»: non qualcuno che si limitava ad avere un’opinione, ma qualcuno disposto a discuterla, difenderla e metterla alla prova. È un tratto che oggi appartiene sempre meno al giornalismo musicale, in un panorama nel quale recensioni, classifiche e commenti si consumano spesso alla stessa velocità delle canzoni. La morte di Dave Marsh lascia dunque un vuoto che riguarda non soltanto la storia del rock, ma anche il modo in cui quella storia è stata raccontata. I suoi libri restano come testimonianza di un’epoca nella quale seguire un artista significava studiarne il percorso, ascoltarne i dischi, incontrarne i protagonisti e costruire nel tempo una memoria condivisa. Nel caso di Springsteen, quella memoria ha assunto anche la forma di un’amicizia durata una vita. «Mi auguro che, ovunque si trovi, stia ricevendo almeno una parte della grazia, della felicità e del bene che ha portato nella mia vita», ha scritto Springsteen. È il saluto a un critico, ma soprattutto a un amico. E forse anche il modo più significativo per ricordare Dave Marsh: come qualcuno che ha passato la propria vita a discutere di musica perché credeva, profondamente, che ne valesse la pena.