L’urgenza di essere umani : “Violence Insane in a Beautiful World” di Roger Taylor

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Se c’è un errore che un gigante del rock non dovrebbe mai commettere, è rifugiarsi nel cono d’ombra del proprio passato. Roger Taylor, a 77 anni, quell’ombra la abita con la disinvoltura di chi ha venduto 300 milioni di dischi, ma non ha alcuna intenzione di lasciarsene seppellire. Violence Insane in a Beautiful World, il suo settimo lavoro solista in uscita il 18 settembre per Columbia Records, non è la celebrazione di un pedigree: è un sasso scagliato contro la vetrina di un mondo che sembra aver perso il senso della misura. Il titolo è un ossimoro che non concede sconti, nato per reagire allo stato attuale degli affari globali. «È tutto nel titolo, davvero: che bel mondo in cui viviamo, cerchiamo di non mandarlo in rovina!», ha spiegato Taylor nell’inquadrare il concept dell’album. «Sembra esserci tutta questa follia al momento. La violenza nel mondo sembra essere grave come non mai in qualsiasi momento della mia vita. È semplicemente orribile: una quantità di violenza folle, queste terribili guerre e l’odio nato da diverse religioni». Eppure, la sua non è una resa al pessimismo, ma un richiamo alla responsabilità individuale: «È un bel mondo, sapete, e la gentilezza è molto importante, ma mi sembra che venga dimenticata parecchio».

Dal punto di vista musicale, la vera scossa del disco è l’incontro con il Ndlovu Youth Choir, formazione sudafricana originaria del Limpopo. L’innesco è stato quasi casuale: l’ascolto della loro folgorante rilettura in lingua Zulu di Bohemian Rhapsody. La folgorazione ha spinto Taylor a spalancare le porte del proprio studio e a coinvolgere il coro nel tessuto di diverse tracce, a partire dal singolo Come On Summer (It’s Party Time). Le voci del Ndlovu agiscono come un controcanto emotivo, una scarica di adrenalina che strappa i brani da una dimensione puramente cantautorale per proiettarli in una coralità viva, solare e profonda. La produzione, curata insieme allo storico collaboratore Joshua J. Macrae, mantiene un’impronta artigianale fatta di strumenti veri, risonanze acustiche e una patina acustica che rifiuta le levigatezze digitali della discografia contemporanea. C’è una differenza fondamentale tra il lavoro di gruppo e la solitudine dello studio casalingo, e Taylor la traccia guardando alla storia dei Queen con spietata lucidità: «Fare le cose da solo è molto, molto diverso. Come band eravamo un’unità molto buona e stretta, John, Freddie e io, con Fred al pianoforte e Brian che spesso aggiungeva le chitarre dopo. Ma quando fai cose da solista non hai molto di tutto questo, devi fare tutto da solo, quindi c’è una tecnica molto diversa coinvolta». Ricordando gli anni d’oro con i suoi compagni, aggiunge: «Con una band a volte ottieni attrito. Era fantastico quando funzionava, anche se ai vecchi tempi facevamo così tanti take perché doveva essere proprio perfetto. Non potevi tornare indietro e sistemare le cose come puoi fare ora: dovevi ottenere il take perfetto e ci voleva molta pazienza». Questa presa di coscienza si riflette anche nel rapporto con il proprio strumento e con il passare del tempo. «Amo ancora suonare la batteria», ammette Taylor, «ma ovviamente ora sono un po’ più vecchio e non potrei picchiarle duro come fa mio figlio Rufus Tiger: lui è un inferno di batterista!». Consapevole dei propri limiti fisici, Taylor preferisce riservare per sé un drumming essenziale e misurato, così come ha scelto di ridimensionare gli spazi per il tour autunnale: solo sei date britanniche in teatri e venue storiche come l’Usher Hall di Edimburgo e la Roundhouse di Londra. «Voglio dire, la gente vuole vedermi dal vivo? Spero di sì», scherza Taylor. «Ho pensato di mettere un piede nell’acqua, così faremo questo pugno di date in alcuni luoghi speciali. Non voglio suonare nei club, ma di certo non suonerò nelle arene».

Tra una strizzata d’occhio all’ironia quotidiana, come nel brano Don’t Photograph Food, e una toccante rilettura di Jealous Guy di John Lennon, Taylor dimostra che si può invecchiare nel rock senza trasformarsi nella cover band di se stessi. Violence Insane in a Beautiful World è il manifesto di un autore che ha conosciuto l’apice del successo planetario ma continua a cercare il contatto umano con il proprio pubblico: «È bello pensare che certi gruppi di età portino affetto alla nostra band e a tutto ciò che facciamo ancora insieme e separatamente. Pensare che potresti aver toccato la vita delle persone in modo buono, aver portato loro un po’ di gioia… è davvero una bella sensazione. Spero che abbiamo dato, e diamo ancora, molto piacere a molta gente».