Roma nel segno di Battiato, Alice incanta la Cavea

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C’era qualcosa di inevitabilmente solenne, mercoledì 2 settembre nella Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, nel modo in cui Alice ha affrontato le canzoni di Franco Battiato. Non soltanto perché quest’anno ricorrono gli ottant’anni dalla nascita del musicista siciliano, e non soltanto perché il concerto romano di “Eri con me – Alice canta Battiato” sembrava avere il peso di una celebrazione. La sensazione più forte era un’altra: quella di assistere a un incontro fra due voci che, pur appartenendo a stagioni diverse, continuano a riconoscersi. Un evento unico ed esclusivo per il Roma Summer Fest.

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Alice non ha cercato di sostituire Battiato, e questo è forse il merito più evidente dell’intera serata. Ha scelto piuttosto di attraversarne il repertorio con una misura quasi ascetica, lasciando che fossero le parole, le melodie e gli spazi fra una nota e l’altra a raccontare il legame con un artista che ha trasformato la canzone italiana in qualcosa di molto più vasto. La sua voce, oggi più scavata e materica, conserva quella qualità straniante che l’ha sempre resa una delle interpreti più singolari della nostra musica. Non forza le emozioni: le lascia sedimentare. Fin dall’inizio, con “Da oriente a occidente”, si capisce che non sarà un concerto costruito sulla nostalgia. È piuttosto un viaggio dentro la parte più spirituale e filosofica di Battiato, quella che Alice conosce e restituisce con particolare naturalezza. “Eri con me”, “Le sacre sinfonie del tempo”, “Lode all’inviolato” e “Sui giardini della preesistenza” compongono un primo nucleo quasi sospeso, dove la musica sembra sottrarsi progressivamente alla dimensione dello spettacolo per diventare ascolto, contemplazione. In questo equilibrio ha un ruolo decisivo Carlo Guaitoli. Al pianoforte e alla direzione dell’orchestra, Guaitoli non si limita ad accompagnare Alice: costruisce intorno alla sua voce un paesaggio sonoro di grande raffinatezza. Il lavoro con i Solisti Aquilani evita sia l’enfasi sinfonica sia la tentazione di monumentalizzare Battiato. Gli arrangiamenti respirano, lasciano spazio, conservano la leggerezza necessaria perché quelle canzoni continuino a sembrare, ancora oggi, misteriose. È proprio questo il punto: Battiato, anche quando viene celebrato, non dovrebbe mai diventare un monumento immobile. Le sue canzoni devono continuare a muoversi. E Alice lo sa bene.

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“Veleni” e “L’addio” introducono una dimensione più intima e dolorosa, mentre “L’animale” e “Segnali di vita” riportano in primo piano quella capacità tutta battiatiana di mettere insieme inquietudine esistenziale e apparente semplicità melodica. “Un’altra vita” e “Io chi sono?” sembrano quasi domande lanciate nel buio della Cavea: interrogativi che non hanno bisogno di una risposta, perché è proprio l’interrogarsi a costituire il cuore della canzone. Poi arriva “Gli uccelli”, e il concerto prende quota con una naturalezza sorprendente. È una delle caratteristiche di questo repertorio: basta una melodia riconoscibile, poche parole, e improvvisamente il pubblico si ritrova dentro una memoria collettiva. Ma la memoria, questa sera, non è mai soltanto celebrativa. È anche il modo attraverso cui ci accorgiamo di quanto quelle canzoni siano ancora presenti. “Povera patria” arriva con tutta la sua forza civile, senza bisogno di sottolineature. E quando Alice affronta “Il Re del mondo”, il senso del viaggio appare ormai compiuto: dalle dimensioni più rarefatte e spirituali si torna alla concretezza di una canzone capace di interrogare il presente. Il tratto più emozionante della serata è però probabilmente nella sequenza finale. “Summer on a Solitary Beach”, “I treni di Tozeur”, “Prospettiva Nevski”, “La stagione dell’amore”, “E ti vengo a cercare” e “La cura” sono una sorta di atlante della memoria italiana. Ma Alice non li presenta come cartoline. “I treni di Tozeur”, soprattutto, mantiene intatta quella strana combinazione di pop e vertigine che aveva reso Battiato irripetibile; “Prospettiva Nevski” conserva invece tutta la sua capacità narrativa, quel modo di evocare un mondo lontanissimo attraverso pochi dettagli.

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Alice e Carlo Guaitoli con I Solisti Aquilani

E poi “La cura”. È difficile, ormai, ascoltarla senza che il peso delle parole si faccia sentire. Alice la canta senza indulgere nel sentimentalismo, quasi proteggendola dall’inevitabile rischio di trasformarla in una canzone semplicemente commovente. Qui torna quella misura che attraversa tutto il concerto: la capacità di non aggiungere nulla a ciò che già esiste. Il pubblico, però, vuole ancora musica. Arriva “Per Elisa”, inevitabile e insieme sorprendente, perché per un momento il filo Battiato si allenta e riaffiora la Alice degli esordi, quella che proprio con quella canzone aveva conquistato Sanremo nel 1981. È come se, dentro il tributo a Battiato, comparisse improvvisamente il ritratto della donna e dell’artista che gli è stata accanto per una parte fondamentale della sua storia musicale. “Chanson égocentrique” prepara l’ultimo ritorno. E quando Alice concede al pubblico di avvicinarsi, fino a portarlo sotto il palco, la distanza quasi rituale costruita durante il concerto si dissolve. Per l’ultimo bis arriva “L’era del cinghiale bianco”, e allora la celebrazione diventa festa, senza perdere la sua eleganza. Quello che resta, uscendo dalla Cavea, non è tanto la sensazione di aver assistito a un semplice omaggio. È piuttosto l’impressione di aver ascoltato un repertorio che continua a interrogare il tempo. Alice e Guaitoli hanno trovato una formula che funziona proprio perché non pretende di ricostruire Battiato: lo lascia vivere nelle sue canzoni. A ottant’anni dalla nascita, Franco Battiato sembra così ancora capace di fare ciò che ha sempre fatto meglio: spostare lo sguardo un po’ più in là, suggerire che dietro una melodia apparentemente familiare ci sia sempre un altro paesaggio da esplorare. E Alice, con quella voce ormai diventata una materia unica, sembra essere una delle persone più adatte per accompagnarci ancora una volta fin lì.