Giuditta Franco: Dust, quando la voce diventa materia sonora

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Con “Dust”, Giuditta Franco firma un lavoro che nasce da una domanda semplice solo in apparenza: cosa accade quando la voce smette di essere soltanto il luogo della parola e diventa, a tutti gli effetti, materia musicale? La risposta prende forma in un album sospeso, intimo e profondamente esplorativo, nel quale canto, poesia, improvvisazione e scrittura strumentale si incontrano senza che nessuno di questi elementi finisca per prevalere sugli altri.

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Disponibile in digitale dal 31 luglio e pubblicato in formato fisico in questi giorni per Jam/Unjam, con distribuzione Universal Music Italia, “Dust” conferma la particolare sensibilità di una musicista che si sta ritagliando un ruolo sempre più riconoscibile nel panorama del jazz italiano contemporaneo. Più che affidarsi a una successione di brani pensati come episodi autonomi, Giuditta Franco costruisce un percorso nel quale il suono sembra nascere progressivamente dall’ascolto reciproco, dalla relazione tra le voci degli strumenti e dalla possibilità di lasciare che la parola, a un certo punto, perda i propri confini. Il titolo stesso suggerisce una dimensione impalpabile, fatta di particelle, tracce, residui e memoria. La polvere è qualcosa che rimane, che si deposita, ma che può anche essere sollevato e trasformato dal movimento. È una metafora che sembra adattarsi bene alla musica di “Dust”, dove sentimenti e momenti specifici della vita non vengono raccontati in maniera lineare, ma vengono piuttosto evocati attraverso timbri, frammenti testuali, silenzi, improvvisazioni e interazioni tra i musicisti. Al centro di questo processo c’è naturalmente la voce di Franco, ma sarebbe riduttivo definirla semplicemente come la voce solista dell’album. Qui il canto non viene collocato al di sopra dell’ensemble: ne è parte integrante, una presenza che dialoga con il pianoforte, il contrabbasso e la batteria sullo stesso piano. A costruire questo spazio insieme alla cantante sono Guglielmo Santimone al pianoforte, Francesco Bordignon al contrabbasso ed Edoardo Battaglia alla batteria, con Lorenzo Simoni al sax alto nelle tracce 1, 2, 5, 6 e 9. È proprio questa dimensione collettiva a rappresentare uno degli aspetti più interessanti del progetto. I musicisti condividono con Franco un percorso artistico iniziato oltre quattro anni fa e la familiarità maturata nel tempo sembra tradursi in una musica capace di respirare senza forzature. Non c’è la sensazione di un ensemble chiamato semplicemente ad accompagnare una cantante, ma quella di un organismo nel quale ogni elemento contribuisce alla costruzione del significato. La ricerca di Dust si concentra infatti sulle molteplici possibilità timbriche ed espressive della voce. Franco la utilizza per trasmettere un testo, ma anche per sottrarsi al testo, per trasformare sillabe e fonemi in materia sonora, fino a rendere talvolta difficile stabilire dove finisca la parola e dove cominci il suono. Poesie preesistenti e testi originali entrano così nel processo compositivo senza rimanere necessariamente ancorati al loro significato letterale. La parola viene ascoltata anche per il proprio peso fonico, per il ritmo, per la consistenza delle consonanti e delle vocali, per ciò che può suggerire prima ancora di essere interpretata. È un approccio che avvicina Dust a una concezione del jazz nella quale l’improvvisazione non è un momento separato dalla composizione, ma uno degli strumenti attraverso cui la composizione continua a prendere forma. Scrittura e libertà convivono, lasciando spazio a una musica che sembra cercare continuamente un equilibrio tra ciò che è definito e ciò che rimane aperto.

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In questo senso, la voce diventa anche un elemento capace di modificare il comportamento dell’intero ensemble. Il suono della parola può influenzare il timbro degli strumenti, il significato può suggerire un gesto musicale, un’inflessione vocale può aprire una direzione inattesa. Il rapporto tra voce e gruppo, dunque, non procede in una sola direzione: non sono soltanto i musicisti a sostenere e commentare la cantante, ma è la voce stessa a modellare lo spazio sonoro nel quale il quartetto si muove. Il risultato è un disco che sembra chiedere all’ascoltatore un approccio diverso da quello riservato a una tradizionale raccolta di canzoni. Dust non punta sulla necessità di arrivare rapidamente a una melodia o a un ritornello, ma invita a entrare dentro una trama di relazioni. La sua forza sta anche nella capacità di creare un’atmosfera nella quale il dettaglio assume un’importanza centrale: una variazione del timbro, una parola lasciata sospesa, una risposta del pianoforte, il peso di una nota di contrabbasso o un intervento della batteria possono diventare parte di un discorso più ampio. Alle spalle di questa ricerca c’è una formazione che racconta bene la natura internazionale del percorso di Giuditta Franco. Dopo la laurea in Canto Jazz al Conservatorio “A. Steffani” di Castelfranco Veneto, la cantante ha perfezionato i propri studi al Royal Conservatory of The Hague, all’Accademia Nazionale Siena Jazz e al New England Conservatory di Boston, dove nel 2025 ha conseguito un Master studiando anche con musicisti del calibro di Jason Moran. Parallelamente alla formazione, Franco ha costruito un percorso artistico già ricco di esperienze e collaborazioni. La vittoria del Premio Bettinardi e del Premio Tamburini con il quintetto Ària si affianca alla residenza artistica del 2025 presso l’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico e alla partecipazione a progetti come l’Alex Sipiagin Septet, Ària, MUTATUM e il proprio Quartetto. Un’attività che l’ha portata su palchi importanti, da Umbria Jazz a Vicenza Jazz, dal Piacenza Jazz Festival alla Casa del Jazz fino al Cheltenham Jazz Festival. Ma è soprattutto in Dust che questi percorsi sembrano trovare una sintesi personale. Il disco non utilizza la tecnica come dimostrazione di abilità, né la ricerca sperimentale come semplice esercizio di stile. La sperimentazione è invece messa al servizio di una necessità espressiva: capire fino a dove possa spingersi una voce quando non deve necessariamente scegliere tra essere parola, melodia o puro suono. Ed è forse proprio qui che risiede l’identità più forte dell’album. Giuditta Franco non cerca di stabilire una gerarchia tra voce e strumenti, tra composizione e improvvisazione, tra testo e materia sonora. Cerca piuttosto uno spazio nel quale queste categorie possano contaminarsi fino a diventare quasi indistinguibili. “Dust” è il risultato di questa ricerca: un lavoro raccolto e aperto allo stesso tempo, nel quale la voce diventa il punto di partenza per un’indagine più ampia sul suono, sulla memoria e sulle possibilità del jazz contemporaneo. In un panorama nel quale il canto jazz può ancora essere facilmente ricondotto a modelli riconoscibili, Giuditta Franco sceglie una strada meno prevedibile. La sua voce non chiede soltanto di essere ascoltata: chiede di essere percepita nella sua dimensione fisica, timbrica e compositiva. E così, come la polvere evocata dal titolo, la musica di “Dust” sembra rimanere nell’aria anche dopo che il suono è finito, lasciando una traccia sottile ma persistente.