I Cani: il tempo non passa sulle canzoni di Niccolò Contessa

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C’è qualcosa di singolare nel ritorno live de I Cani. Nove anni di silenzio dal vivo sono un tempo enorme per una band, soprattutto per una formazione che nel frattempo ha continuato a esistere nell’immaginario collettivo senza concedersi quasi nulla: niente sovraesposizione, poche parole, nessuna rincorsa alla propria leggenda. Eppure, quando Niccolò Contessa e i suoi musicisti sono tornati su un palco, è sembrato che il tempo non fosse passato affatto. O, forse, che fosse passato nel modo giusto.

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Venerdì 11 settembre, alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, seconda serata romana del tour dei Cani nell’ambito del Roma Summer Fest, il pubblico aveva già trasformato il concerto in un piccolo evento collettivo. La data del 10 era andata sold out e il giorno precedente la pioggia aveva costretto i Vascelli, band spalla romana nata appena nel 2025, a rinunciare alla propria esibizione. Venerdì hanno avuto la loro rivincita, aprendo la serata con quella miscela di indie-rock e post-punk che sembra guardare al passato senza nostalgia e al futuro senza troppe illusioni. Poi, poco dopo le 21 il buio. E con il buio arriva la prima conferma: i cani non sono tornati per celebrare se stessi, ma per riprendere un discorso. L’attacco con “Buco nero”, preceduto da “Buio”, è quasi una dichiarazione di poetica. Non c’è bisogno di effetti speciali per raccontare il ritorno: bastano quelle canzoni che hanno saputo fotografare, con una precisione spesso spietata, la vita emotiva e sociale di una generazione. Contessa sale sul palco e lascia che siano le composizioni a parlare. Ed è forse questo il dato più impressionante della serata: dopo tanti anni, la forza de i cani non risiede nell’effetto nostalgia, ma nella straordinaria resistenza delle loro canzoni. Perché Niccolò Contessa resta, prima di tutto, un compositore di razza. Uno dei più importanti della sua generazione, capace di fare una cosa che nel pop italiano non è affatto scontata: prendere il quotidiano, il linguaggio delle relazioni, le nevrosi metropolitane, l’ansia sociale, l’ironia e perfino il ridicolo e trasformarli in forma musicale. Le sue canzoni sembrano spesso costruite su dettagli minimi, ma dentro quei dettagli si apre un mondo. È questo che emerge con particolare evidenza in una scaletta che attraversa tutta la storia del gruppo. Da “Nella parte del mondo in cui sono nato” a “Wes Anderson”, da “Asperger” a “Carbone”, passando per “Questo nostro grande amore” e “Come Vera Nabokov”, il concerto dimostra quanto sia stata lungimirante quella scrittura capace di mescolare elettronica, pop, chitarre, minimalismo e una forma di cantautorato deformato dalla modernità.

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E poi arriva “Hipsteria”, che potrebbe facilmente essere rimasta imprigionata nella fotografia di un’epoca. Invece funziona ancora. Anzi, funziona proprio perché nel frattempo l’epoca che raccontava è diventata storia recente, e ciò che allora sembrava una caricatura oggi appare come una delle prime radiografie di un modo di vivere destinato a diventare dominante: identità costruite attraverso consumi culturali, ironia come difesa, incapacità di prendere sul serio perfino i propri sentimenti. Il grande talento di Contessa è proprio qui: non giudicare mai davvero i suoi personaggi e, nello stesso tempo, non assolverli mai. Li osserva. Li mette in scena. Li lascia parlare con le loro contraddizioni. E così una canzone come “Le coppie” può essere insieme divertente e malinconica, mentre “f.c.f.t.” conserva quella capacità tipica de i cani di far coincidere una situazione apparentemente privata con un sentimento generazionale. Sul palco, intanto, la macchina musicale è precisa e compatta. Accanto a Contessa ci sono Valerio Bulla al basso, Simone Ciarocchi alla batteria, Andrea Suriani e Francesco Bellani alle tastiere e Marcello Enea Newman alla chitarra. Una formazione che permette ai brani di respirare, evitando di trasformare il ritorno dal vivo in una semplice riproduzione dei dischi.

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Il concerto acquista così progressivamente una sua autonomia. “Felice”, eseguita da Contessa da solo, introduce un momento quasi spiazzante per la sua semplicità: dopo tanta densità sonora, basta la presenza dell’autore e della canzone. Ed è un passaggio significativo, perché ricorda da dove tutto era cominciato: da una scrittura personale, quasi diaristica, capace però di diventare collettiva. Poi il viaggio riprende con “Un’altra onda”, “Post Punk”, “Aurora”, “Corso Trieste”, fino a “Il posto più freddo”. È una sequenza che mostra un’altra caratteristica fondamentale della composizione di Contessa: la capacità di cambiare pelle senza perdere identità. La sua musica può essere ironica, sintetica, nervosa, malinconica, elettronica, chitarristica, ma conserva sempre quella stessa voce sotterranea. E quando arriva l’encore, il concerto sembra finalmente liberarsi anche della necessità di seguire una traiettoria. “Colpo di tosse”, “Non finirà”, “I pariolini di diciott’anni”, “Velleità”, “Calabi-Yau”, “FBYC (s f o r t u n a)”, “Sparire” e infine “Lexotan” sono una specie di lunga coda emotiva, dove il pubblico riconosce una dopo l’altra le proprie coordinate. È qui che si comprende fino in fondo il fenomeno i cani. Non è semplicemente il ritorno di una band amata. È il ritorno di un repertorio che ha continuato a circolare anche quando il suo autore aveva scelto di sottrarsi alla scena. Le canzoni hanno fatto il lavoro al posto suo: sono rimaste, sono state ascoltate, citate, interiorizzate. Sono diventate, per molti, una lingua.

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E forse proprio per questo il concerto dell’Auditorium non ha l’aria di una celebrazione nostalgica. Non si avverte il bisogno di ricostruire il passato, perché il passato è ancora presente nelle canzoni. “Post mortem”, il quarto album dopo Il sorprendente album d’esordio de i cani, Glamour e Aurora, ha dimostrato che Contessa non aveva bisogno di ripetere la formula originaria. Il ritorno dal vivo conferma la stessa cosa: la sua scrittura non appartiene a una stagione, perché sotto la superficie delle mode continua a parlare di qualcosa di molto più duraturo. Quello che rimane, uscendo dalla Cavea, è dunque la sensazione di aver assistito non tanto alla resurrezione di un gruppo quanto alla verifica della sua necessità. Nove anni dopo, i cani sono ancora lì. E soprattutto è ancora lì Niccolò Contessa, con quella capacità rarissima di trasformare l’ordinario in una canzone che sembra parlare proprio di noi. Non è poco. In un’epoca musicale in cui tutto tende a essere immediatamente consumato, dimenticato e sostituito, la sua musica ha fatto il percorso inverso: si è sedimentata. Forse è questo il vero significato del ritorno. Non dimostrare che i Cani sono ancora capaci di suonare dal vivo. Lo sapevamo già. Dimostrare invece che, a distanza di anni, quelle canzoni hanno ancora qualcosa da dirci. E venerdì sera, all’Auditorium, lo hanno detto forte e chiarissimo.