Es Nova: la voce, la luce, il buio – Anatomia di un’opera viva

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Mercoledì 27 agosto, alle ore 18, presso la galleria F’Art – Spazio Arti Visive Contemporanee di L’Aquila, apre al pubblico “NOI”, la nuova mostra del collettivo artistico-musicale Es Nova, a cura di Katiuscia Tomei. Un evento che promette un’esperienza immersiva tra suono e immagine, aperta fino al 7 settembre.

Cuore pulsante del progetto sono dodici scatti fotografici di Erica Agostini, una sequenza visiva che ritrae un corpo in movimento immerso in un paesaggio collinare oscuro, dove la figura e l’ambiente si fondono tra luci, visioni cosmiche e riflessi interiori. A queste immagini si intrecciano le tracce sonore originali di Alice Drudi e Nicola Rosti, che insieme alla voce della stessa Agostini, completano il percorso sensoriale, tra paesaggi sonori e suggestioni oniriche. Fondato nel 2015, Es Nova è un collettivo che si muove con libertà tra arte contemporanea, sound art e improvvisazione, facendo della musica intuitiva e dell’interazione in tempo reale i pilastri della propria poetica. Negli anni, il gruppo ha dato vita a performance e installazioni in alcuni dei più importanti spazi espositivi italiani, sviluppando un linguaggio profondamente intermediale e in continua evoluzione. In questa intervista esploreremo insieme a Erica Agostini, Alice Drudi e Nicola Rosti le radici del progetto “NOI”, il loro processo creativo, il significato di lavorare come collettivo e la direzione che stanno tracciando nel panorama della ricerca artistica contemporanea.

“NOI” è un progetto che unisce fotografia e musica in una forma immersiva e sensoriale. Come è nata l’idea di fondere questi linguaggi e qual è stato il punto di partenza creativo per voi?
L’idea di fondere fotografia e musica affonda le sue radici nella stessa genesi del collettivo Es Nova. Fin dagli esordi, infatti, la nostra pratica si è nutrita di dialoghi interdisciplinari con le arti visive — pittura, scultura, cinema —, integrandole nei lavori sia in studio che in contesti performativi, sempre in collaborazione con artisti differenti. Nel caso di NOI, il ruolo di artista visiva è stato assunto da Erica Agostini, che è anche la vocalist del collettivo. La sua ricerca fotografica ha trovato qui una naturale continuità con l’esplorazione vocale, rivelando una dimensione visiva capace di far emergere ciò che si agita all’interno della materia umana — soggetto, corpo, figura — come forma viva e complessa. La fotografia diventa così uno strumento per interrogare l’interiorità e restituirne una traccia simbolica.
Le fotografie di Erica Agostini mostrano un ritratto in movimento nel buio collinare, mentre le vostre tracce sonore ne completano l’esperienza. Come avete lavorato insieme per costruire questa sinergia tra immagini e suono?
Le fotografie hanno rappresentato il terreno iniziale per le composizioni sonore: a partire da esse, si è articolata una narrazione musicale capace di rifletterne e amplificarne l’esperienza percettiva. La musica, nella sua essenza, opera come una stratificazione: un magma sonoro che eccede la somma delle sue parti, ma al contempo traccia traiettorie armoniche e melodiche ben definite. Questi concetti operano in sinergia con le fotografie di Erica. Pur attraverso medium distinti, fotografia e suono condividono una matrice concettuale comune. Lavorano a partire dalle stesse polarità — luce e buio, assenza e presenza — per generare una terza dimensione, un “altro” che non è mera somma ma trasformazione, risultato. Il nero non è più solo negazione, e la luce non è più solo evidenza: diventano materia stessa della visione, strumenti attraverso cui l’umano si lascia intravedere nel suo tentativo di emergere dal fondo dell’esperienza.

La vostra musica nasce da improvvisazione e assenza di strutture prestabilite. In “NOI” c’è stato un momento in cui avete sentito la necessità di ‘guidare’ maggiormente il suono o avete mantenuto la vostra cifra intuitiva anche in questo contesto visivo?
Quella che preferiamo definire “composizione estemporanea” rappresenta una delle cifre principali della nostra estetica musicale. Ma non è l’unica. NOI, come altri lavori di Es Nova, è il risultato di un lungo processo di progettazione — un lavoro “a tavolino” durato quasi un anno —, a cui è seguita una seconda fase di preparazione tecnico-strumentale in vista dell’improvvisazione in studio. A livello macro, abbiamo definito dei contenitori strutturali — armonici, timbrici, modali —, che costituiscono lo scheletro del progetto. A livello micro, l’intero processo rimane affidato esclusivamente all’estemporaneità. È proprio in questa fase che tutto si ricompone: emergono soluzioni inedite, combinazioni inattese di materiali melodici, trame armoniche, poliritmie e forme sonore che si distanziano dai nostri lavori precedenti. NOI è costituito da tre composizioni principali; ognuna di esse è però il risultato di altre composizioni, indipendenti e interconnesse allo stesso tempo, così come le molte identità visibili nell’immagine fotografica. In questa modalità compositiva, nulla è prevedibile in anticipo. La valutazione del risultato musicale avviene solo ex post, spesso solo alla fine dell’ultima revisione del master. Infatti, anche variazioni minime — nella spazializzazione, nei riverberi, nel bilanciamento timbrico — possono rivelare strutture sonore nascoste, modificando la percezione complessiva del lavoro.
Quale ruolo gioca la voce in questo progetto, in particolare quella di Erica Agostini, che è anche l’autrice delle immagini? È più strumento, narrazione, presenza o qualcosa di altro?
La ricerca di Erica porta con sé una caratteristica completamente diversa: la voce rinuncia ad ogni forma concettuale a cui siamo abituati e si compone di intrecci e rapporti tra “fonemi”. Questo “melos fonetico“ costituisce un tessuto evocativo che permette a chi ascolta di proiettare un flusso di significati e narrazioni personali. In NOI, le melodie usano registri e toni diversi, sfuggendo alle definizioni, facendosi sentire tra pause e rivelazioni nel tessuto narrativo. Erica ha nominato ogni immagine con il fonema “N” proprio perché è il fonema collegato alla soglia tra visibile e invisibile, all’attesa in cui qualcosa possa rivelarsi tra ascolto e immaginazione.

La mostra si presenta come un viaggio “in una diversa spazialità cosmica” e tocca corde interiori. Quale tipo di esperienza volete far vivere al visitatore?
L’esperienza del visitatore è, per definizione, irriducibilmente soggettiva. E lo è ancora di più in un contesto come NOI, dove prevale una dimensione astratta e simbolica, aperta a molteplici livelli di interpretazione. Nonostante ciò, è possibile ipotizzare alcuni modelli di fruizione, non univoci ma comunque ricorrenti. NOI è un lavoro che, da un lato, dissolve l’unità e, dall’altro, tenta di ricomporla. Questa tensione si traduce in una duplice possibilità di fruizione. Da una parte, il visitatore è messo in condizione di percepirsi come frammento: il molteplice che ci abita — le voci interiori, le maschere, i volti — può emergere solo se un dispositivo esterno funge da attivatore. In tal senso, le fotografie di Erica operano come innesco iniziale. Dall’altra parte, la musica agisce come forza coesiva. Il suono ha un potenziale relazionale, crea legame, favorisce un’esperienza unitaria che coinvolge tanto la dimensione individuale quanto quella collettiva. Il gesto artistico produce così un movimento continuo tra polarità opposte: uno e molteplice, identità e differenza, frammentazione e ricomposizione. Nel momento in cui qualcosa di questa unità viene interiorizzato dal singolo spettatore, il processo si chiude — o, meglio, si compie. Ma si tratta di un’esperienza che richiede allo spettatore un ruolo attivo: non si è semplici fruitori, ma di fatto co-autori. Per questo parliamo da tempo di essere “spetta-attori” e non solo fruitori del nostro lavoro artistico. L’opera, non viene semplicemente osservata o ascoltata, ma si ricostruisce nel mondo interno del soggetto, generando nuovi eventi simbolici, almeno in linea ideale. In questo senso, il visitatore è chiamato a fare opera, insieme a noi.
Negli ultimi anni avete lavorato spesso in contesti site-specific e museali. In che modo lo spazio della galleria F’Art ha influenzato la realizzazione di “NOI”?
Ogni spazio ha una vita propria: racconta una storia, custodisce la somma dei suoi eventi, dei suoi accadimenti, delle sue risonanze. È al tempo stesso luogo fisico e spazio simbolico. L’incontro con Donatella Giagnacovo — artista di spessore internazionale e direttrice della galleria — reso possibile dalla curatrice della mostra Katiuscia Tomei, ha subito messo in risonanza i nostri due mondi. NOI è un lavoro compiuto, ma al tempo stesso aperto, capace di adattarsi a ogni contesto in modo diverso, mai identico. La galleria F’Art dell’Aquila ha influenzato in maniera decisiva questo nuovo appuntamento del progetto, rendendolo più intimo, attraverso un allestimento essenziale, rigorosamente in bianco e nero che sarà visitabile dal 27 agosto al 7 settembre. Rispetto ai precedenti allestimenti, abbiamo ridotto il numero dei diffusori, privilegiando l’ascolto in cuffia. Il risultato è un’esperienza più raccolta, quasi meditativa. È come se questo spazio ci avesse da subito suggerito di fare silenzio, di abbassare il volume, di non disturbare e di cogliere le sue risonanze. Ci ha imposto un silenzio diverso, una sacralità altra. Non siamo lontani dai drammatici eventi che hanno sconvolto L’Aquila — e dei quali, probabilmente, si avverte ancora una traccia, una memoria indelebile. Ci auguriamo che questo NOI possa, in qualche modo, riguardare anche Loro.