Viagra Boys: solo una terapia, solo una terapia, solo una terapia?

Tempo di Lettura: 3 minuti

La band post punk svedese nell’unica data italiana al Flowers Festival di Collegno (TO) – 5 luglio 2025

L’abominio del mondo attuale segna le vite di noi tutti e incide nelle coscienze traumi di vario genere. Molto dipende dalla sensibilità individuale. Tanti, direi troppi, attraversano il nostro tempo in una sorta di trance demente senza cercare rimedi; altri inseguono bramosi varie forme di sollievo.

I Viagra Boys incarnano a pieno il senso di disagio e il barlume di una soluzione e ascoltarli su un palco amplifica il loro potere curativo. 

Figli di un post punk che si autorigenera incessantemente, incantano per ispirazione, maestria e spirito.

Sebastian Murphy, antieroe panciuto e ipertatuato entra in scena come se fosse appena uscito dall’ultimo giro di birre; pantalone sportivo Adidas, dorso nudo, occhiali neri, attacca Man Made of Meat e in un attimo è un coro unico col pubblico mentre urla “I don’t wanna pay for anything, clothes and food and drugs for free”, un incipit programmatico.

Cresciuto in California con un’educazione rigida, approda in Svezia, paese di origine della madre, e vi si insedia stabilmente divenendo tatuatore e poi voce della band, passando attraverso dipendenze di vario genere, malessere, devianze. La strada verso il successo, le insidie della scena musicale collidono con la vita sana ed è una progressiva discesa verso un dolore anestetizzato con le sostanze.

Le produzioni dei Viagra Boys riflettono un percorso di redenzione in continua evoluzione e il loro ultimo lavoro (pressoché omonimo) Viagr Aboys è un susseguirsi di luci e ombre, tra ruggiti punk anarcoidi e riflessioni malinconiche e intimiste. 

Ammaliano; le movenze assurde di Sebastian, il tono sarcastico e derisorio con cui esegue flessioni alla fine di Sports, lo sguardo perso e solidale di chi sa che il pubblico è fatto di freaks come lui. Da un lato il cantato è grezzo e oltraggioso, poi – su brani come Uno II (l’autonarrazione del suo cane, che piace anche al mio cane) o Medicine for Horses – il tono cambia, sfoderando doti inaspettate. Il ritratto della contemporaneità tra derive destroidi, senso di sopraffazione, dominio dei media, smarrimento e ricerca di antidoti. Si tirano schiaffi agli imperativi privi di senso della modernità, alla perfezione dei corpi, alla mascolinità cieca e ridicola. Si celebra l’umanità, quella vera, che non teme le proprie cadute.

Verso fine concerto il frontman chiede “fumo” ai presenti, raggiungendo le prime file con l’ansia incontenibile del tossico da manuale, quell’ “Endless Anxiety” annunciata a inizio live con uno splendido sfondo in bianco e nero a dominare il retropalco. E’ quasi un rito collettivo di reciprocità, “I need you, you need me“.

L’apparato visivo è superbo e la successione di immagini è un tutt’uno col talento dei musicisti, presenze sceniche imponenti e talentuose a servizio di un suono corposo e imponente. Il sax di Oskar Carls e gli innesti elettronici di Elias Jungqvist fanno da contrappunto a chitarre e bassi più che materici in una miscela energizzante che esalta il pubblico tra salti, pogo, crowd surfing. 

Il tour mondiale a corredo dell’ultimo album definisce il peso di un collettivo sempre più identitario.

Viene in mente Benjamin Vallé, chitarrista storico dei Viagra Boys, morto qualche anno fa. Parte Worms, ovvero resistere sopra ad ogni cosa, “The same worms that eat me will someday eat you too”, e allora Sebastian mi affido a te, “intanto adesso curami”.