Ci sono percorsi che non seguono una linea retta. Strade che si allungano, si interrompono, ripartono altrove. E poi ci sono quegli anni — confusi, liberi, instabili — in cui tutto sembra fuori tempo, ma incredibilmente necessario. È da qui che riparte Matsby, con “Anni bastardi”, il nuovo singolo uscito nei giorni scorsi e secondo capitolo del progetto “Fuoricorso”.

Prodotto da Maninni, il brano è un vero e proprio manifesto generazionale: racconta quel tempo sospeso in cui si procede senza una mappa precisa, ma con la sensazione ostinata di stare costruendo qualcosa che conta. Un inno ai percorsi non lineari, a chi si sente indietro rispetto agli altri ma continua a cercare il proprio spazio, fuori dalle traiettorie convenzionali. Dopo “Serie A”, “Anni bastardi” prosegue il racconto di una generazione in equilibrio tra aspettative, libertà e fragilità, consolidando una scrittura diretta e profondamente emotiva, capace di trasformare inquietudini personali in domande collettive. Per Matsby è anche un momento chiave: con questo brano vince Area Sanremo e debutta sul palco del Suzuki Stage durante il Festival di Sanremo, segnando un passaggio importante nel suo percorso artistico, già in forte crescita. Ne parliamo con lui, tra musica, identità e tutto quello che succede quando si sceglie — consapevolmente — di andare fuori corso.
“Anni Bastardi” racconta una fase sospesa tra libertà e instabilità: quanto c’è di autobiografico in questo brano e quanto invece rappresenta una fotografia collettiva della tua generazione?
Con “Anni Bastardi” volevo scattare una foto a questi anni che stiamo vivendo, tra discorsi che faccio con i miei amici, cose che viviamo e riflessioni che faccio tra me e me stesso… l’intento era di rappresentare noi stessi in primis!

Nel progetto “Fuoricorso” parli di percorsi non lineari: quando hai capito che “andare fuori tempo” poteva diventare una forza e non solo un disagio?
E’ stata una scelta quasi obbligata, nel senso che a un certo punto stavo talmente male che le soluzioni erano annegare o cambiare punto di vista. La psicoterapia mi ha aiutato molto e mi ha fatto capire il valore della nostra esperienza nel mondo, che è unica e irripetibile. Ognuno di noi scrive il libro della sua vita, con il suo tempo naturale. Confrontarlo con un altro libro concreto o ideale vuol dire condannarsi eternamente all’insoddisfazione. E’ meglio rileggere il proprio e godere dei passi in avanti fatti.
Il brano ha un suono molto diretto ma emotivamente stratificato: com’è stato lavorare con Maninni alla produzione e cosa ha portato al tuo immaginario musicale?
Ale Maninni è riuscito a creare un suono pop che sento essere vitale ed emotivo al tempo stesso, ed era proprio il passaggio che volevo fare in questo nuovo disco. io da piccolo ascoltavo prettamente rap conscious ma negli anni ho sentito l’esigenza di sperimentare generi e cose nuove, coinvolgendo sempre di più la musica suonata artigianalmente. L’obiettivo è quindi essere rappresentativi come nel rap, emotivi come in un certo hip-Hop conscious, ma con un tappeto musicale più suonato e stratificato. Maninni mi ha aiutato in questo insieme a Sic, un’altra figura chiave in questo percorso.
Dopo Area Sanremo e il palco del Suzuki Stage, senti che qualcosa è cambiato nel tuo modo di vivere la musica o nel modo in cui vieni percepito?
No, non credo. È stata un’esperienza meravigliosa di cui conserverò sempre un gran ricordo, ma la strada è lunghissima e siamo solo all’inizio. Abbiamo solo più voglia di suonare live e far arrivare a più persone possibili il nuovo disco.

In “Anni Bastardi” sembra esserci un equilibrio tra fragilità e determinazione: è più difficile accettare le proprie incertezze o trasformarle in qualcosa di creativo?
Trasformarle in qualcosa di creativo ti aiuta sicuramente ad accettarle, ma forse sono riuscito a farlo solo dopo aver fatto un percorso mio di terapia. A ogni modo la cosa fondamentale è accogliere tutto ciò che sento senza negare nulla. Sentire è la cosa più importante di tutte, è ciò che ci rende umani. Poi da lì puoi lavorare su qualcosa di te di realmente autentico. Il resto è una forzatura o una pressione esterna.
Hai dedicato un tuo brano “Serie A” alla Sampdoria: che rapporto hai con la tua squadra del cuore e quanto Genova continua a influenzare la tua scrittura?
Amo la Sampdoria e la mia città. Come in ogni grande amore si alternano momenti di gioia a momenti difficili o di pausa, come quello attuale in cui vivo a Milano o non riesco ad andare sempre allo stadio.
La Sampdoria mi ha insegnato a restare, anche quando tutto va male. Genova mi ha insegnato che l’aria più buona del mondo è quella di casa.
Se “Fuoricorso” è un viaggio, a che punto sei oggi del percorso e cosa ti auguri che chi ascolta trovi nei prossimi capitoli?
Oggi siamo alla seconda fermata dell’autobus, ce ne sono ancora un po’ prima di arrivare a destinazione. Mi auguro più che altro che salgano tante nuove persone sul bus e che si rispecchino in quello che abbiamo creato. Credo di fare musica esclusivamente per non sentirmi solo al mondo.