The Revangels: chitarre, coerenza e sogni

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Il quartetto lombardo si racconta dopo l’uscita del secondo album “Here Come The Stars”, tra coerenza e dubbi, con la consapevolezza che in Italia per chi suona rock è tutto più complicato, ma non per questo bisogna smettere di sognare.

Ciao ragazzi. Quanto è difficile resistere come musicisti rock, in un panorama che sembra sempre di più guardare altrove? È difficile, ma non è una sorpresa. Oggi il mercato va in una direzione molto precisa, spesso lontana dal rock suonato, soprattutto quello inedito. Il problema non è tanto il genere, ma il fatto che si premia sempre meno la musica costruita nel tempo e sempre più quella immediata, veloce, “consumabile”. Il rock, invece, ha bisogno di palco, sudore, chilometri. Resistere oggi significa accettare un percorso più lungo e meno comodo, ma anche più autentico. Non lo viviamo come un limite, ma come una scelta.

Con che spirito nasce “Here Come The Stars”? Ho come l’impressione che possa essere una sorta di concept album. Cosa ci dite a riguardo? Sì, c’è una forte componente concettuale. “Here Comes The Stars” nasce da una ricerca: capire chi siamo, da dove veniamo e se esiste qualcosa oltre questa dimensione. Non è un concept album rigido, ma c’è una visione comune che attraversa tutti i brani: l’idea che all’origine esistesse un’unica coscienza e che oggi viviamo in una realtà frammentata, governata dalla dualità. Le stelle rappresentano questo richiamo, qualcosa di ancestrale che sentiamo da sempre. La musica diventa il mezzo per avvicinarsi a questa ricerca, non solo artistica ma anche personale. Dal punto di vista sonoro è un lavoro più diretto e crudo rispetto al passato, con influenze più marcate che arrivano anche dal grunge, pur mantenendo la nostra identità melodica.

Quando mettete il puto fine alla scrittura di un pezzo. Cambiate spesso in fase di scrittura le idee di partenza? Non esiste un punto preciso, ed è uno dei problemi principali. Un pezzo potrebbe andare avanti all’infinito. A un certo punto devi decidere che è finito. Di solito succede quando tutti e quattro sentiamo che funziona davvero, soprattutto in sala prove o dal vivo. Se regge lì, è un buon segnale. E sì, cambiamo tantissimo. Spesso un’idea iniziale viene completamente stravolta. Siamo quattro teste diverse e questo porta inevitabilmente a trasformare i pezzi strada facendo. Il risultato finale è quasi sempre diverso da quello di partenza, ed è proprio lì che nasce il nostro suono.

Come vi dividete i compiti nella band e non parlo solo di creatività, ma di aspetti manageriali, economici, etc. Siete une vera squadra o c’è un leader che ha in mano la situazione? Siamo una squadra vera, nel bene e nel male. A livello creativo non esiste un leader unico: tutto nasce dal confronto tra noi quattro. Sugli aspetti extra-musicali invece ci dividiamo molto il lavoro. In particolare Ivan è quello che si occupa di gran parte di ciò che sta fuori dalla musica: grafica, social, contatti, ricerca live… è un punto di riferimento fondamentale per far girare tutto. Gli altri contribuiscono su vari fronti, ma senza una struttura così sarebbe difficile andare avanti. Non abbiamo mai avuto un “capo” vero e proprio: questo rende tutto più complesso, ma anche più autentico. Se una decisione passa, è perché ci crediamo tutti.

Siete in giro da qualche anno, tirando le somme, quanto vi soddisfa il vostro percorso? E i prossimi obiettivi quali sono? Il percorso è stato lungo, a tratti complicato, ma reale. Abbiamo costruito tutto suonando: dai club ai festival, passando per palchi importanti come il Pistoia Blues Festival e il Rugby Sound Festival, fino a locali come il Legend Club. Abbiamo vissuto anche esperienze significative fuori dal live, come registrare agli Abbey Road Studios e partecipare a contesti come RAI, Hit Mania e collaborazioni con Honda. Siamo soddisfatti? A metà. Orgogliosi del percorso fatto, ma consapevoli di non aver ancora espresso tutto il nostro potenziale. I prossimi obiettivi sono chiari: suonare il più possibile, arrivare a un pubblico sempre più ampio e fare quel salto che finora abbiamo solo sfiorato.

Con chi vi piacerebbe suonare in tour? Non parlo solo di dioli, ma anche di idea di condividere l’esperienza per conoscerli bene. Bella domanda… e risposta poco diplomatica: molti di quelli con cui ci piacerebbe suonare… non ci sono più o le band si sono sciolte (Ridono, nda). Parliamo di riferimenti enormi come Led Zeppelin e tutto quel mondo lì, che ha definito un modo di vivere la musica prima ancora che un genere. Oggi, più che inseguire nomi specifici, ci piacerebbe condividere il palco con artisti come noi: famosi o meno non fa differenza. Quello che conta davvero è trovare band che abbiano la stessa attitudine, la stessa fame, la stessa voglia di suonare e di vivere il palco in modo autentico. Gente che crede ancora nella musica suonata, nel percorso, nei live veri, e non solo nel risultato.

E a proposito di tour: quanto è difficile suonare dal vivo brani propri e quindi evitando la scorciatoia delle cover? E secondo voi perché? Zero diplomazia prego! È molto più difficile. Punto.Le cover funzionano perché il pubblico le conosce già. Parti avvantaggiato.Con gli inediti devi costruire tutto da zero: attenzione, interesse, coinvolgimento.E oggi è ancora più complicato perché il pubblico medio è meno abituato ad ascoltare cose nuove dal vivo. Vuole riconoscere subito qualcosa.Però c’è anche l’altra faccia della medaglia: quando un pubblico reagisce a un tuo pezzo che non ha mai sentito… quello vale dieci volte tanto.È lì che capisci se quello che stai facendo ha davvero senso.

Grazie ragazzi, buona fortuna per tutto!!