
Su queste pagine, abbiamo già introdotto l’European Jazz’s Cool e Jammin’, due contest dal respiro internazionale ospitati dalla Casa del Jazz di Roma e organizzati dal Saint Louis College of Music, senza dubbio tra le realtà capofila dell’alta formazione musicale (AFAM) in Italia. Per meglio entrare nelle scelte didattiche legate alla formazione (si veda anche l’intervista a Gegè Telesforo) abbiamo fatto qualche domanda a Francesca Gregori, in forza al Saint Louis dal ’99, già responsabile dell’organizzazione generale della scuola e oggi responsabile del settore management jazz e direttrice artistica di gran parte dei contest rivolti agli studenti.
Ciao Francesca, bentrovata, di recente ti abbiamo visto al lavoro su due manifestazioni targate Saint Louis. Al centro gli scambi di esperienze tra la nuova generazione di musicisti e noti professionisti, italiani e internazionali. Puoi spiegarci come vengono selezionati i partecipanti? Sono due festival piuttosto articolati. L’organizzazione prende il via con circa un anno di anticipo. Per l’European Jazz’s Cool, pubblichiamo un bando aperto non solo agli allievi del Saint Louis, ma anche agli studenti di altri conservatori italiani ed europei. Sulla base del materiale audio e video che riceviamo, valutiamo l’idoneità e il livello artistico per partecipare a un progetto così ambizioso. Mi occupo personalmente della direzione artistica, in particolare della selezione degli Special Guests, musicisti di alto profilo che ogni anno affiancano i sei ensemble per quattro giorni di prove intensive che culminano nel concerto di debutto in Italia per poi esibirsi anche in uno dei conservatori partner in Europa. Per Jammin’, invece, ho il piacere di condividere la direzione artistica con Stefano Mastruzzi, direttore didattico del Saint Louis. All’inizio dell’anno accademico viene pubblicato un bando rivolto agli studenti, che devono presentare brani originali – jazz, pop, rock o elettronica – accompagnati da materiale audio e video. Le cover non sono ammesse, se non completamente rielaborate in modo creativo. I progetti selezionati si esibiscono poi su palchi romani prestigiosi come quelli della Casa del Jazz e dell’Auditorium Parco della Musica.

Qual è stata la difficoltà maggiore che avete dovuto affrontare e quale la principale soddisfazione, da tuo punto di vista? La co-produzione stabile con un’istituzione prestigiosa come Fondazione Musica per Roma prosegue ormai da molti anni ed è per me motivo di grande orgoglio e soddisfazione. Naturalmente, le sfide non mancano, soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione dell’European Jazz’s Cool con molti dei partecipanti che arrivano dall’Europa. Diventa fondamentale curare nei minimi dettagli la loro accoglienza a Roma, cercando sempre le soluzioni migliori per ospitarli. La stessa attenzione vale anche per le performance all’estero, dove si aggiunge la complessità della logistica tecnica. Ogni dettaglio va pianificato con precisione per permettere a ciascun musicista di esprimere il massimo delle proprie potenzialità. Nonostante tutto le soddisfazioni sono immense ed è proprio questo a dare senso e continuità al mio lavoro, anno dopo anno. Vedere questi ragazzi salire su palchi così importanti, con l’emozione negli occhi, accanto ad artisti che per loro rappresentano ‘il sogno’, è un’esperienza che non smette mai di emozionarmi. Con Jammin’, poi, c’è un aspetto ancora più intimo perché entro nel loro mondo creativo, alla ricerca della loro identità artistica, ascolto le loro emozioni divenire musica. Ogni volta è una scoperta, un viaggio inatteso. Questo è ciò che amo di più del mio lavoro e che cerco di proteggere in ogni modo, affinché quel momento sia davvero speciale, unico e vissuto al meglio.

Quali impressioni e bagaglio di esperienze riportano studenti e tutor che hanno sperimentato questo percorso? Per gli studenti, avere l’opportunità di confrontarsi con musicisti già affermati è fondamentale. È un po’ come entrare in una centrifuga creativa: Per quattro-cinque giorni vivono un’esperienza intensa, totalizzante, dalla quale escono carichi di energia, entusiasmo e — per usare un termine molto attuale — con un importante bagaglio di nuove skills. Nella serata clou del debutto dal vivo li vedi scendere dal palco con l’adrenalina alle stelle, sorridenti, ispirati e pieni di voglia di mettersi ancor di più alla prova. Spesso, da questo tipo di esperienza, nascono nuove band, collaborazioni inaspettate e, talvolta, anche le prime vere opportunità professionali. È bellissimo vedere come un progetto possa accendere così tante scintille creative.. Ci vuoi lasciare in chiusura con un aneddoto o un ricordo che caratterizzi il tuo lavoro di quasi trent’anni in Saint Louis? Uno dei ricordi più preziosi che custodisco è legato ai quattro anni di lavoro intensi e meravigliosi vissuti insieme a Giorgia Mileto e Francesca Castellano, durante un progetto che abbiamo portato al Teatro Eliseo. Sono stati anni di grande crescita, umana e professionale, arricchita dalla presenza di artisti straordinari come Vince Mendoza, Kurt Elling, Paolo Fresu, Fabrizio Bosso, Serena Brancale, Maria Pia De Vito e Antonella Ruggiero, ma potrei ricordarne molti altri… Ciò che porto davvero nel cuore sono i dietro le quinte, nei camerini, prima dello spettacolo con i ragazzi terrorizzati e felicissimi allo stesso tempo che, per scaricare la tensione, cantavano a squarciagola, tra risate e abbracci. È difficile spiegare quanto fossero intensi e veri quegli istanti. Ecco, è proprio quella felicità che mi porto dentro e che mi aiuta a superare anche le giornate più complicate del mio lavoro.