Riccardo Fogli: riparto da Mondo

Mondo è la canzone alla quale devo di più insieme a “Storie di tutti i giorni”. E’ arrivata prima, in un momento difficile, perché dopo essere uscito dai Pooh non riuscivo a combinare niente di buono. Mi proponevano canzoni che non reggevano al confronto di quelle scritte da Facchinetti e Negrini. Mondo può essere definita la mia biografia”. Riccardo Fogli racconta così Mondo uno dei suoi maggiori successi e che ha di recente proposto in una nuova versione, con la partecipazione alla chitarra di Dodi Battaglia. Il brano (scritto da Carla Vistarini e Luigi Lopez), uscito per Azzurra Music anche in versione 45 giri, è stato riarrangiato per l’occasione da Filadelfo Castro (produttore, arrangiatore e compositore per artisti del calibro di Tiziano Ferro, Pooh, Max Pezzali, Al Di Meola, Paolo Nutini, Chris Joyce dei Simply Red). L’uscita di questo singolo è stata l’occasione per ripercorrere con l’artista alcuni dei momenti cruciali della sua carriera, costellata prima dalla sua militanza nei Pooh (celebrata anche con la reunion del 2016) e poi da una lunga carriera solista.

“Mondo” è il tuo primo successo da solista, uscito nel 1976 e tratto dal tuo secondo album omonimo. A chi è venuta l’idea di riproporre questo brano?
Al mio attuale produttore e discografico Marco Rossi questo brano piace molto. Quando abbiamo iniziato a collaborare lui voleva farne una nuova versione. Così con Filadelfio Castro, arrangiatore che ha lavorato con grandi artisti, tra cui anche i Pooh, è nata questa versione. Il brano, uscito nel 1976, è un po’ la mia storia, quella di un uomo partito da Pontedera, che faceva il metalmeccanico ma che aveva qualcosa dentro. Al tempo, dopo la mia uscita dai Pooh, avevo intrapreso la carriera solista. I primi tempi vedevo che non succedeva niente. Poi quando mi hanno fatto ascoltare Mondo e l’ho cantata la prima volta ho capito che sarebbe stata una canzone importante. La produzione al tempo venne seguita da Giancarlo Lucariello, che è stato il primo e unico produttore dei Pooh.

A impreziosire questa nuova versione c’è la chitarra di Dodi Battaglia…
Lo scorso 21 ottobre, giorno del mio compleanno, ho ricevuto una telefonata dal mio editore e mi ha passato Dodi, che mi ha detto: “Per il tuo compleanno ti metto una chitarra su questa versione”. Con lui c’è un grande rapporto e ha dimostrato grande affetto nei miei confronti.

La tua storia con i Pooh è nota a tutti. Nonostante la tua uscita dopo “Alessandra” vi siete comunque tenuti in contatti. Al di là della musica, quale rapporto c’è sempre stato tra di voi?
All’inizio direi un po’ come una coppia separata e quindi la cosa era vissuta un po’ male. Poi però, avendo fatto ognuno la propria strada, quando ci vedevamo, ai concerti, in tv, a Sanremo e anche negli aeroporti, “un Pooh per volta” ci raccontavamo tutto il mondo e le nostre esperienze. Io e Roby Facchinetti siamo andati a scovare Dodi a casa sua, quando non aveva neanche 17 anni, perché ci serviva un chitarrista. Io Dodi l’ho visto crescere all’interno dei Pooh, avendo poi 5 anni più di lui. Anche lui ha bei ricordi di me. E poi tutti gli altri, come con Stefano, con cui ho avuto un rapporto bellissimo. Con Red ci farei un viaggio in barca a vela. Facchinetti è sempre stato un fratello maggiore per me, da cui accetti tutto. Anche musicalmente, nel periodo Pooh, quando avevo un’incertezza mi rivolgevo sempre a lui.

Nel corso della tua carriera sei stato più interprete che autore. Tra i pezzi che vedono anche la tua firma a quale sei più affezionato?
Sicuramente “Il ritorno delle rondini”, con una musica che mi ha regalato Roby Facchinetti. Eravamo alla fine della realizzazione dell’album “Insieme”. Gli dissi “Fratellone, non hai una musica sulla quale io posso provare a scrivere un testo?”. Lui mi ha guardato con questi occhi azzurri e dopo cena mi ha dato una musica che aveva sul telefonino. Nella notte ho scritto il testo de “Il ritorno delle rondini”, che rappresenta le mie insicurezze e le mie debolezze. Parla dell’amore e di mia moglie. Quando la cantavamo io e Facchinetti avevamo gli occhi ludici. Per quanto mi riguarda non scrivo molto perché mi sento più un interprete. Non ho la necessità di scrivere e se mi propongono brani che mi piacciono li canto. Un cantautore ha un percorso tracciato, a me invece piace muovermi e andare oltre. Poi ho scritto canzoni molto belle anche negli ’80 e ’90, come “Che ne sai”. Indubbiamente con Guido Morra tutto divenne più facile. Lavoravamo a quattro mani e in qualche modo giocavamo.

La tua carriera è legata anche al Festival di Sanremo, che hai vinto nel 1982 con “Storie di tutti i giorni”. Ma tra tutte le tue partecipazioni quale ricordi più volentieri?
Sicuramente le edizioni con l’orchestra organizzate da Adriano Aragozzini. Io riconosco e sottolineo ogni volta che Aragozzini ha avuto il merito di aver riportato l’Orchestra a Sanremo dopo tanti anni. Perché un Sanremo senza orchestra è come Sanremo senza i fiori. Tolto l’anno della vittoria, sicuramente sono molto legato a “In una notte così”, che ho presentato nell’edizione del 1992. Una canzone meravigliosa, scritta da Maurizio Fabrizio e Guido Morra, destinata inizialmente a Mia Martini. Quando ascoltati il provino rimasi subito colpito. Poi accadde che Mimì cambiò idea per Sanremo e presentò il brano “Gli uomini non cambiano” e quindi lasciarono la canzone a me. L’anno precedente invece presentai “Io ti prego di ascoltare”. La canzone era abbandonata nel cassetto di un discografico. Dopo che mi fece ascoltare tipo 100 canzoni, mi disse: “Ho questa canzone, che non so neanche di chi è, ma è molto belle e adatta a te”. Quando ascoltati il provino riconobbi subito la voce di Maurizio Fabrizio. E quindi andai con questa canzone. Fu una svolta per la mia vita per una serie di fatti. Erano anche anni in cui si vendevano pochi dischi.

Tra tutti gli album da te pubblicati, ho sempre avuto una curiosità per “Teatrino Meccanico”. Cosa ricordi di questo disco?
Contiene dei brani meravigliosi. Il titolo è una frase estrapolata da “In una notte così”. Parla di un uomo che è da solo davanti al mare, e che gli passa velocemente il mondo davanti. E si sente lontano da tutto e da tutti. E si sente dentro questo “Teatrino meccanico”. Come accennavo prima erano anni in cui si vendeva poco, ma avevamo il privilegio di scrivere e interpretare quello che si pensava, così come di avere libertà nella copertina. Resta uno degli atti liberatori della mia vita.

Hai sempre detto che la tua vera dimensione è quella dal vivo, e non quella dei dischi in studio. Come mai?
Io vivo di musica dal vivo. Questo vuol dire spietatamente che hai davanti un pubblico che, specialmente nel mio mondo, dove ci sono tanti show gratuiti e feste di piazza, vuole da me “Piccola Katy”, “Tanta voglia di lei”, “Noi due nel mondo e nell’anima”, “Pensiero”, “Quando lei va via”, “Storie di tutti i giorni” e “Malinconia”. Quindi ho sempre fatto una scaletta dettata dai fans e dalla popolarità delle canzoni. Poi, a seconda degli anni, alterno brani più ricercati, come “In una notte così”, che mi piace suonarla anche in acustico con la chitarra. Devi suonare quello che il pubblico vuole da te. Poi posso permettermi un 20% di canzoni scelte da me. Però se dovessi fare una sintesi di 10 canzoni purtroppo devo lasciarne a casa qualcuna. Mondo non può mancare nei miei concerti, perché è da lì che sono partito. Tanti concerti iniziano proprio con questo brano.

Ho una curiosità da chiederti sulla tua biografia “Un uomo che ha vissuto. Storie di tutti i miei giorni”, uscita nel 2017 per Sperling & Kupfer. Questa è stata scritta da te con Tommaso Labranca e Luca Rossi, ed è stata praticamente l’ultima biografia musicale scritta dal geniale scrittore, visto che è venuto a mancare nell’agosto 2016. Com’è stato lavorare con Labranca?
E’ stato un Maestro per molti di noi. Me lo presentò il suo editore. Io non lo conoscevo e ignoravo la sua produzione letteraria. Facemmo un po’ di incontri tra Bologna e Milano. Scoprii un uomo intelligente e preparato. Poi nel frattempo io mi trasferii in Maremma e gli dissi: “Sono qui per 10 giorni. Se vuoi venire”. Dopo vari colloqui telefonici lui arrivò in Maremma. Non ricordo neanche con quale mezzo arrivò. Ci siamo subito avvolti in questo suo mondo perché lui era molto curioso. Eravamo in campagna, dove avevo anche i cavalli, il bosco e usavo il trattore. Ho cucinato per lui anche degli spaghetti. Una bella esperienza, tanto che mi diede anche un suo libro e nella dedica scrisse “A Riccardo, l’amico che tutti dovrebbero avere”. Eravamo a metà libro abbondante. Poi il 29 agosto 2016 improvvisamente lui se n’è andato. C’è stato un vuoto terribile. L’editore mi presentò Luca Rossi, collaboratore di Tommaso, ci sentimmo al telefono e poi ci siamo visti tantissime volte al Novotel di Milano dove passavamo ore a completare e sistemare il libro. E’ stato un film, perché nel cuore c’è stato quest’uomo che è stato un Maestro, che ho scoperto di più in seguito leggendo le sue opere e che non c’entrava nulla con il mio mondo. Bisognerebbe fare un film sul suo ingresso nella mia vita.

Come hai vissuto questi mesi di pandemia?
Quando in Italia è entrata nel primo lockdown io mi trovavo in Russia con la band per una tournee programmata dal 2 al 12 marzo. Ci spostavamo ovunque e avevamo avuto notizia che in Italia c’era il virus. Però all’inizio ci avevano detto che era una cosa di una quindicina di giorni. In Russia invece sapevano bene tutto, tanto che si sono subito attrezzati nel giro di pochi giorni: siamo passati da nessun controllo agli aeroporti a una task force pronta a controllare ogni movimento nei luoghi di maggiore frequentazione. Abbiamo rischiato anche di non tornare in Italia, visto che la compagnia con cui dovevamo rientrare annullò i voli. Fortunatamente Alitalia approntò due voli che ci riportarono tutti in Italia. A quel punto per precauzione verso mia moglie e la mia bambina decisi di ritirarmi in Maremma per una quarantena. Alla fine ci sono stato 50 giorni. Ne ho approfittato per fare un po’ di lavori e per potare gli olivi.

Sei riuscito a fare qualche concerto estivo?
L’estate è stata un disastro, soprattutto per i miei musicisti. Ho fatto dei set acustici, dove a turno ho fatto ruotare i miei musicisti. Ma abbiamo fatto poche date, anche con molta paura. Ora sono a casa con mia moglie e mia figlia. La viviamo ovviamente male. Perché il mondo dello spettacolo implica che hai davanti un pubblico. Altrimenti sarebbe un altro mondo. Io devo essere spettacolare per te che mi guardi. E’ complicato farlo in remoto.

Dopo “Mondo” sono previsti altri progetti discografici?
Nel cassetto ci sono canzoni inedite, con testi scritti da me. Ora guardiamo l’evoluzione di “Mondo”. E se me lo meriterò il mio discografico mi permetterà di fare un altro singolo. C’è da dire che il mercato oggi è molto complicato. Di recente ho fatto alcune cose con alcuni musicisti per lo streaming, ma a gente come noi, cresciuta in discoteche da 2 / 3 mila persone, tutto questo sta un po’ stretto. Arrivavo a firmare mille autografi per sera. Forse cambieremo. Ci adegueremo. Spero però che torni tutto come prima.