Samuel Heron Costa: canzoni popolari per redimere l’ansia

“L’ansia mi accompagna da tempi immemori. E quella principale è legata al mio lavoro”. Così Samuel Heron Costa descrive lo stato d’animo che ha accompagnato la realizzazione di “Canzoni Popolari”, EP di 6 brani in uscita venerdì 12 febbraio su tutte le piattaforme digitali. Per l’artista ligure si tratta di un lavoro di svolta: ha abbandonato gradualmente il rap, che ha caratterizzato i suoi esordi e la sua popolarità, per arrivare ad abbracciare la canzone e la cultura popolare, che scavano fino alle sue origini, la sua infanzia e la sua terra natia, la Liguria (Peron è di La Spezia). Non a caso si è riappropriato anche del suo cognome “Costa”, che va così a completare il suo nome d’arte.

Primo singolo di questo è EP è “Una bugia”. Ci racconti come è nato questo brano?
Non è stato facile scriverlo. Ho trovato quattro chiavi diverse e ho provato a sdrammatizzare e a fare una ballata. La stessa situazione che volevo descrivere ha accompagnato il brano: l’ansia, che mi accompagna da tempi immemori. In altre parti della mia vita mia ha sempre accompagnato un’ansia quotidiana: come tutte le cose che si odiano e si amano sono importanti e ci lasciano qualcosa. Mi ci sono messo con la testa dura a scrivere il pezzo. L’ansia principale è legata al mio lavoro. È lì il contrasto. Tutte le ansie derivanti dal mio vissuto me le porto dietro. E se dovessi slegarmi dall’ansia vuol dire slegarmi dalla musica. Il brano ha avuto una gestazione lunga e ha trovato la sua luce qualche mese fa. Non è freschissimo. Anche dal punto di vista vocale è diverso rispetto a come approccerei oggi questo brano. Ho trovato una chiave di lettura sul ritornello. Sembra un brano dedicato a un amore, a una persona. E’ stato prodotto dalla persona che sta seguendo il mio percorso (Andrea Blanco, ndc).

Possiamo affermare che questo EP “Canzoni popolari” chiude un ciclo e ne apre uno nuovo?
Lo vedo come un ulteriore passaggio per slegarmi drasticamente da ciò che ero prima. Indubbiamente ci può essere una percezione diversa da ciò che posso comunicare adesso. E’ un processo del tempo, che poi lo traduco drasticamente in un momento preciso, ma dentro di me è un processo naturale. Penso artisticamente normale, anche personale, se si analizza il mio vissuto. Tante volte mi è stato difficile avere la sicurezza di comunicare questo cambiamento e scontrarsi con un pubblico che non sempre percepisce tutto al 100%. Queste canzoni mi sono servite per delineare una linea di passaggio tra il rapper giovincello che saltava nei club a una persona che ha da comunicare qualcosa di più maturo. L’altra funzione è quella di aprire un mio futuro. Un biglietto di viaggio per andare verso altre direzioni, che non so se si esprimeranno in un disco, EP o singoli. Sicuramente ho voglia di tirare fuori qualcosa. Vivo per la musica e la mia vita è stata condizionata da questa.

Nell’EP è incluso anche “Me ne batto r’ belin”, il brano in dialetto ligure uscito la scorsa estate. Un ritorno alle origini?
Mi prendo le brighe delle mie scelte. La musica può essere vista sotto tanti punti di vista. Nel mio piccolo alcune piccole azioni possono essere micro rivoluzioni. La calma con la quale ci si deve dedicare alla musica fa sì che la musica possa godere di aspetti qualitativi diversi. Per esempio è importante anche la calma con cui viene fruita dall’ascoltatore. Se questi processi si innescano si può creare un filone di artisti e di musica che non sono letali. Sicuramente è il brano più identificativo di questo EP, perché ti racconta qualcosa di specifico e drastico. Sicuramente la Liguria fa da sfondo a questi racconti. Anche “Nella pancia della balena” parla di vicoli, profumi, della focaccia e di questa Liguria che può essere nel mio immaginario e nella ricerca di un certo folklore.

In questo processo c’è stato una sorta di influenza da parte dei cantautori liguri?
Posso dire che in primis sono stato condizionato dal vivere quelle cose. Il porto, l’aria di mare e alcuni vissuti della Liguria mi hanno condizionato prima di ascoltare gli artisti liguri che hanno fatto grande la canzone d’autore. Anche perché ci sono arrivato tardi in quanto sono partito con il rap e l’hip hop. Sicuramente mi hanno fatto capire cosa raccontare e hanno aiutato il mio sguardo a focalizzarsi su alcuni dettagli.

Questo ha influito nella tua scrittura in generale?
A volte ho provato ad affrontare temi come quello dell’ansia o anche più pesanti, ma quando scrivo, non so perché, riesco ad alleggerire il tutto. A volte è un limite ma a volte è una fortuna. Questo sguardo lo rivedo nella musica italiana, che io sto riandando a impastare. Penso a Natalino Otto che in “Ho un sassolino nella scarpa” che era una critica al fascismo, mentre Fabrizio De André parlava di strada e prostitute con una leggerezza.

Cosa ci puoi dire della collaborazione con i Kolors per il brano “Nella pancia della balena”?
Con i Kolors ho realizzato un brano molto più pop. È stato praticamente un esperimento. Sono molto dritto con le mie idee, ma ogni tanto cerco di farmi trasportare. I Riesco a farmi guidare. Quella è stata una sperimentazione.

Ci racconti la collaborazione con Jacopo Torre, in arte Jacopo Et, per il brano “Zanzare”?
L’incontro con lui risale a quando abitavo a Lambrate. Li c’è uno studio dove lavora Simone il ragazzo che ha prodotto “Zanzare” e che mi ha fatto conoscere Jacopo. Ci siamo trovati. Lui è un autore, però io sono uscito a estrapolare una parte di lui e farlo diventare interprete. Abbiamo scritto il ritornello del brano come se lo dovessi cantare io. Poi gli ho detto “Me lo canti tu?”, come se dovesse essere un provino. Avevo però la voglia di farlo fare a lui. Ed è rimasta quella voce.

Con questo EP di presente al pubblico con il tuo cognome Costa accanto al nome d’arte. Come mai questa scelta?
È stato un percorso meditato. Penso alla mia sparizione dalle piattaforme social, che mi ha permesso di avere molta più calma. Cosa che tra l’altro ora sta diventando un trend. Il mio nome d’arte Samuel Heron è un omaggio a Gil Scott-Heron, uno dei precursori dell’hip hop. Non è mai stato un nome senza un senso. Però è sempre stato legato a quel Samuel personaggio social. La percezione che c’era su questo nome mi pesava. Costa è il mio cognome. E la mia musica sta arrivando a prendere le mie origini, la verità più pura e la semplicità. E poi suona anche bene.