Motta: ripartire dalle piccole cose

Anticipato dall’uscita del primo singolo “E poi finisco per amarti”, il nuovo disco di Motta racconta un nuovo percorso di crescita sia personale sia artistico di un artista che cerca di far pace con le proprie contraddizioni attraverso un processo di semplificazione e di ritorno alle cose semplici.

Per il suo album “Semplice” (Sugar) l’artista riparte dall’attenzione nei confronti delle piccole cose, dall’importanza di ogni attimo vissuto, dalla quotidianità in quanto dimensione che sfugge, ma sempre presente e fondamentale per quel che sarà. Il suo volto non compare in copertina: siamo a una sintesi che è in sé una nuova fase in cui l’autore compie un passo indietro per lasciare che a parlare siano le canzoni, parole e musica che cogliendo stati d’animo, emozioni, immagini fugaci, più che raccontare una storia tratteggiano un’interiorità che dialoga con sé stessa e riflette sulle proprie incongruenze per accoglierle in un abbraccio. Il disco si apre con una dichiarazione di intenti, con cui Motta palesa la sua urgenza di crescere sia come persona, sia come artista e racconta del cambiamento di prospettiva rispetto alle storie che narra. Prosegue raccontando l’amore, l’amicizia, l’accettarsi e cercare di accettare anche le proprie contraddizioni. Si chiude con un brano diverso, scritto insieme a Dario Brunori, una canzone che parla di amore, di inquietudini, di nuove consapevolezze con un lungo finale strumentale, uno sfogo elettronico-percussivo che, come in un rituale catartico, celebra la cosa più semplice, ma più difficile da catturare che ci sia: la libertà di essere ciò che si è.

Musicalmente “Semplice”, prodotto dallo stesso Motta, nel suo studio di Roma, insieme a Taketo Gohara, è un disco suonato, energico e potente dietro al quale c’è stato un grande lavoro di produzione volto ad ottenere un suono stratificato, pieno e di respiro internazionale, con una grande cura per i dettagli e un modo originale di arrangiare attraverso gli archi. Una produzione articolata nella quale emerge chiara, semplice ed in primo piano, la voce e che, rispetto ai due lavori precedenti, rispecchia la volontà di avvicinare sound e arrangiamenti alla dimensione live intesa come fondante. Tra i musicisti coinvolti, molto presenti nella registrazione, il percussionista brasiliano Mauro Refosco (David Byrne, Red Hot Chili Peppers, Atom For Peace) e il bassista Bobby Wooten (David Byrne) che han lavorato con Motta da remoto da New York.

Come è nato questo terzo album, che esce a tre anni di distanza da “Vivere o morire”?
È un lavoro che è ho iniziato più o meno tre anni fa. Alcune canzoni sono state scritte mentre realizzavo “Dov’è l’Italia”, brano con cui ho partecipato al Festival di Sanremo del 2019. Ho avuto tanto tempo per stare dietro a queste canzoni. Alcune sono nate prima della “fine del mondo”, mentre altre non hanno retto proprio il colpo. “Qualcosa di normale” è nata prima della pandemia e ha acquisito particolare importanza dopo. A un certo punto è stato come mettere il piede sull’acceleratore che ha portato a vedere degli errori in alcune canzoni. Altri brani alla fine sono rimasti sull’hard disc nel momento in cui ho dovuto fare una selezione di 10 canzoni.
La produzione invece quando è iniziata?
Nel gennaio 2020 sono andato a New York a vedere un concerto di David Byrne e li ho reincontrato il percussionista Mauro Refosco, con cui ho suonato in “Vivere o Morire”. Ho fatto alcune riunioni con lui. L’idea era quella di portare qualcuno della mia band nel suo studio a New York e fare delle jam con Bobby Wooten che suona appunto con David Byrne. Questa cosa però non è accaduto. Ma siamo riusciti comunque a lavorare con Mauro e Bobby a distanza. Mauro ha lavorato molto di più su questo album che su “Vivere o Morire”. Inoltre c’è la presenza del violoncellista Carmine Iuvone, una delle prime persone che avevo in mente, perché ho voluto concepire gli archi in maniera diversa rispetto a quello che ho fatto in precedenza. In qualche modo abbiamo creato un modo di interagire, che in questo disco lo volevo sviluppare.
Sin dal primo ascolto si nota subito che “Semplice” è molto curato nei suoni e negli arrangiamenti.
Questo perché ho avuto più tempo a disposizione. Poi ho sentito la mancanza di alcune persone. Mentre su “Vivere o Morire” c’è stata un po’ una forzatura di ripartire da zero, dovuta anche ai 120 concerti fatti con la band e che erano andati anche sin troppo bene, e quindi avevo perso la vertigine. L’anno scorso, e in questi ultimi tre anni in generale, la vertigine invece c’era non solo per quello che stava succedendo ma anche nel rimettermi in gioco senza forzarla. Ci siamo così ritrovati a settembre e ci siamo messi al lavoro.
Sulle canzoni ci sono diversi collaboratori.
Premetto che sono sempre stato abituato, da quando faccio concerti, che mi dicono “però quella canzone dal vivo viene meglio”. Per me deve essere sempre così. Questa volta le versioni in studio e dal vivo si avvicinano molto. Sulla scrittura mi ha dato una mano Gino Pacifico. Inoltre per la prima volta ho continuato a lavorare con persone con cui avevo già lavorato da Taketo Gohara a Gino Pacifico. E per la prima volta c’è una sensazione da parte mia di divertirmi a fare musica. A questo giro non mi devo lamentare. Sono fortunato a fare questo mestiere, a prescindere dalle pacche sulle spalle e dai live, che per me sono dei festeggiamenti. Io l’ho fatto molto per me questo disco.
Come hai strutturato la scaletta dell’album, che si apre e si chiude con uno strumentale?
Per me l’album è importantissimo. E ci deve essere un racconto, con un inizio, uno svolgimento e una fine. Un po’ come la scaletta dei concerti. L’inizio con la parte di archi rappresenta quello cui accennavo prima, un percorso che abbiamo fatto io e Carmine Iuvone, che rappresenta un senso di rinascita. La fine è in qualche modo molto nera: è un mondo che sto esplorando e mi piace pensare che un eventuale prossimo disco ripartirà da lì. La differenza tra questa traccia strumentale e tante altre che ho fatto è che qui c’è solo la ritmica e non loop armonici. La parte del pezzo è stata scritta con Dario Brunori, con cui mi sono trovato molto bene. Con Dario siamo amici però non avevano mai lavorato insieme. Avevo bisogno di un altro punto di vista. In qualche modo ho anche pensato che forse non c’erano le parole giuste per raccontarlo e quindi l’ho fatto con un racconto strumentale. Un po’ come il “Bolero” di Ravel: non ha il testo ma racconta una storia. Questo disco è nato come cercare di arrivare al semplice, all’essenziale, e non al minimale. Anzi è anche più corposo. La cosa più difficile nell’arrivare alle cose semplici è capire cosa andare a levare il superfluo. Bisogna cercare di concentrarsi sulle cose importanti e essenziali e a un certo punto mi ha fatto dire “Io sono contento”. Poi c’è stata la pandemia e ho rimesso un attimo tutto in gioco. Ma ci sono tante canzoni in cui accetto il fatto di dire “qui va tutto bene”.
Per uno dei brani nell’album hai avuto una sorta di “consulenza” da parte di Francesco De Gregori. Ci racconti come è andata?
Io avevo scritto “Qualcosa di normale”, che viene molto da quel mondo cantautorale che ho ascoltato molto. A un certo punto succede che ho fatto un sogno assurdo in cui ero in questa casa con mia madre e mio padre. Mio padre mi chiama al telefono e dice: torna a casa che sta arrivando Francesco De Gregori. Inizio a correre perché ero in ritardo, ma sprofondo in un burrone: chiedo aiuto e nessuno mi vuole aiutare. Poi riesco a risalire e salgo su un autobus incavolato e accanto a me c’era mia sorella Alice. Poi arrivo a casa e faccio sentire “Qualcosa di normale” a Francesco De Gregori. La mattina dopo mi sveglio. Sentivo un’urgenza di far passare questa cosa da lui. Insomma gli scrivo. Lui è stato gentilissimo. Mi ha scritto una mail bellissima. Mi ha detto che non bisognava levare nulla al pezzo e suggeriva di cantarla con una donna. Ho pensato: e con chi? La voce più bella femminile che conosco è quella di mia sorella Alice. Sembrava tornare tutto. Dal momento in cui ho parlato di amore con mia sorella la sensazione è proprio un’altra. La canzone ha cambiato significato cantandola con lei.
Come è nato il titolo dell’album?
Al titolo del disco ci sono arrivato alla fine. È una cosa che mi continuavo a ripetere. Poi a un certo punto mi sono accorto che era quello il fil rouge di tutte le canzoni. Mi sono letto questa parte delle “Lezioni americane” di Italo Calvino sulla leggerezza, in cui ha spiegato molto meglio di me quello che intendevo dire. È faticosa la leggerezza. Deve essere una conquista, non un punto di partenza. È ovvio che essendo arrivato all’ultimo questo titolo, io all’inizio ero molto più concentrato sul fare la musica. Sono partito con la concentrazione sugli arrangiamenti e sulla musica. I testi sono stati faticosi come al solito, ma mi sono fatto trasportare dalla musica che stavo facendo. Forse su “La fine dei vent’anni” è successa la stessa cosa.
Com’è cambiata la tua vita in questi ultimi anni?
Prima avevo molta paura di fermarmi, guardarmi e dire “sto”. Negli altri due lavori precedenti c’era una paura del tempo e anche una voglia – in “Vivere o morire” – di esser molto legato al passato, di giudicarmi molto e di capire perché non esistevano contraddizioni in tante cose che avevo fatto. Ora accetto queste contradizioni e per la prima volta questo rullante è molto più stabile di prima. Lo scorso anno, quando non riuscivo a trovare le parole per spiegare cosa stava succedendo, in qualche modo rubavo anche le storie delle altre persone. Nel momento in cui questa cosa è venuta meno, sono riuscito meglio a pensare a come stare. Facendo questo processo per la prima volta mi è successo di prendere quel momento lì per immaginarmi un futuro, dove volevo andare e il fatto di accettare di essere presenti in una città.
In questo album c’è molta Roma. Penso anche al brano “Via della Luce”, strada di Roma, nel rione di Trastevere, in cui si trova il tuo nuovo studio.
C’è tanta Roma in questo disco. La sensazione è di essere stato adottato da questa città. C’era poi questa cosa di Pisa / Livorno, le mie due città, che nessuno ha mai capito. Anzi non chiedetemelo anche a me. Io sono molto attaccato ai mie i genitori e ai miei amici. Ma effettivamente Roma in questi anni è diventata la mia casa. In “Qualcosa di normale” per esempio non pensavo di mettere la parola sampietrini. È una parola che poteva dire solo un romano. Ha influito anche il fatto di avere lo studio a Trastevere, dove abito ora. Per questo album abbiamo lavorato in vari studi, però tutto partiva molto dallo studio che io avevo a casa. In passato a Via Ettore Giovenale, al Pigneto, avevo uno studio molto piccolo. Questo è il motivo per cui ne “La fine dei vent’anni” ci sono molte percussioni: non potevo fare altro. Poi c’è stato il passaggio a Torpignattara, dove avevo una stanza più grande. E per la prima volta per questo disco ho avuto la possibilità di avere questo studio a Trastevere, che mi ha permesso anche di dividere meglio la mia vita personale da quella musicale. Musicalmente si sente molto che c’è un luogo esterno che è diventato il mio.
Quanto è stato importante rimettersi al lavoro dopo questa pandemia? E soprattutto farai dei concerti?
E’ successa questa cosa speciale quando abbiamo ripreso le prove. È stata un’emozione rimettersi a suonare e fare anche i preparativi per il video. Per quanto riguarda i concerti dico che ce ne saranno: intanto annunciamo il 21 luglio al Carroponte a Milano e 10 settembre all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Ovviamente le condizioni sono quelle che sono. Quindi posti limitati. Ho deciso di andare a presentare il disco con la band. Vi assicuro che non è facile mettere insieme un tour con una produzione, ma era importante per me andare in giro con i musicisti.