Il cerchio perfetto dei Pensiero Nomade

Un disco ricco di contaminazioni che spazia tra diversi generi musicali e dove si respirano atmosfere jazz, ambient e non solo. “Un cerchio perfetto” è il nuovo disco di Pensiero Nomade uscito per l’etichetta Filibusta Records. A raccontarci quest’avventura è il chitarrista Salvatore Lazzara leader di questo progetto e autore dei brani.

Pensiero Nomade, il nome è particolare e si presta a varie interpretazioni, qual è quella dell’autore?
L’ispirazione viene dai miei studi di filosofia, in particolare da alcuni scritti di Gilles Deleuze, ma nel campo musicale per me ha sempre significato una scelta di libertà assoluta, soprattutto sul piano stilistico, di genere, di forma compositiva. Volevo insomma che il nome del mio progetto solista fosse anche una specie di petizione di principio, una presa di posizione nei confronti del modo di fare musica.
Viaggiando questo pensiero quali Paesi tocca, quali culture e quali generi musicali?
Soprattutto le culture mediterranee, per vicinanza e tradizione, essendo io siciliano di origine; sul piano poi dei generi musicali vale il concetto del nomadismo, del vagabondaggio: sono passato dal rock progressivo al jazz all’ambient, passando per la musica etnica, e il viaggio è ancora lungo…
Pensiero Nomade è un progetto solista, ma che vede nel tempo alcune collaborazioni fisse, cosa c’è dietro questa scelta?
Sicuramente il piacere di collaborare con alcuni artisti con cui nel tempo mi sono trovato meglio, e ho sviluppato una sintonia di gusti e di approcci quanto meno alla composizione; alcuni di loro ormai possono essere considerati una parte essenziale del progetto Pensiero nomade, altri invece sono stati delle piacevolissime scoperte, e spero di continua re a collaborare ancora in futuro. In ogni caso ci sono delle dinamiche nella collaborazione che funzionano particolarmente bene, anche a distanza, e quindi è piacevole fare musica insieme.
Il nome dell’album, “Un cerchio perfetto”, a cosa si riferisce, è conseguenza degli album usciti negli anni e quindi completa un ciclo?
Si e no. Senza dubbio è la chiusura di un ciclo di ricerche sonore, e rappresenta per questo un punto di arrivo, una sintesi. Ma è anche un titolo che tradisce la sensazione di completezza, di appagamento che ho provato nel suonarlo e ascoltarlo. È come se in questo progetto fosse tutto al posto giusto, almeno secondo me.
Sono brani principalmente strumentali, il perché di questa scelta? E in futuro prevedi di continuare così o ci saranno anche uscite con più testi?
Non ho una regola precisa su questo punto. Ci sono stati lavori in cui il testo aveva una sua importanza peculiare, penso a Da nessun luogo, in cui sentivo il bisogno di esprimermi anche con le parole, e c’erano dei testi che sentivo molto personali, molto importanti in quel momento. In questo cd semplicemente non è successo allo stesso modo, o forse non era necessario che ogni traccia avesse un testo; sono comunque molto legato a Buio e magia e Sul finire, i due pezzi cantati, in cui i testi sono di Andrea Pavoni e miei.
Pensiero Nomade, in continua ricerca, a cosa però rimane legato il progetto?
Intanto alla chitarra, che è il mio strumento principale, ma anche all’idea di fare musica per accompagnare la vita, non per sostituirsi ad essa; io non voglio fare musica di evasione, o musica astratta, intellettuale nel senso banale del termine: vorrei creare musica che tutti possano sentirsi liberi di usare, nei vari momenti della loro vita; musica che aiuti a dare senso alla vita, certamente alla mia.
Nel giro di un anno sono usciti due lavori, quale spinta c’è dietro questa prolifica produzione?
È stato un caso; per assurdo, quest’ultimo era in realtà in gestazione da molto più tempo; per altro i due cd vedono due ensemble del tutto differenti e anche le ispirazioni erano differenti, più cameristico “canti del disincanto”, più corale e sinfonico quest’ultimo. Insomma, avere tante cose da dire, e tutte diverse è uno dei rischi del pensiero nomade!!