Davide Van De Sfroos: vi racconto il mio folk multietnico

Quindici canzoni che raccontano un sogno folk, multietnico e dalle strade imprevedibili che però, in un modo o nell’altro, riportano sempre a casa. Maader Folk è il il nuovo disco di Davide Van De Sfroos, in uscita venerdì 17 settembre e che riporta in pista il cantautore lombardo a sette anni dall’ultimo lavoro.

Foto di Fabrizio Cestari

Una “Madre Folk”, benevola e consolatrice, quella di Van De Sfroos, capace di apparire in sogno e indicare una via: quella del folk e di tutte le sue possibili espressioni. “Avevo quest’ansia che non mi dava pace ed ero a casa con il covid come tutta la mia famiglia“, ha spiegato in occasione di un inconto su Zoom il cantautore, “e una notte l’ho sognata. Mi diceva di stare tranquillo e di continuare sulla mia strada. Quella fatta di racconti folk, di storie che in pochi raccontiamo. Mi diceva che il folk sarà eterno e di continuare a seguirlo, non importa come“. Il disco è anche un viaggio, come tutti i lavori di Van De Sfroos, attraverso luoghi vissuti e personaggi del mondo reale, che più reale non si può, fatto di lavoratori e persone comuni, che tanto comuni forse non sono. Un racconto in quindici capitoli intrisi di quel linguaggio che è di tutti, radicato nei valori della cultura italiana e del mondo, come quello del folk. Un viaggio anche attraverso il tempo, tra il futuro scritto dai suoni scaturiti dalla produzione di Taketo Gohara, e un ritorno a un passato fatto di sapori celtici degli esordi, il tutto condito da sonorità inedite, curiose e sperimentali. Canzoni, quelle di Van De Sfroos, scritte prima che il mondo, la musica e lo spettacolo tutto si fermasse per il Covid. “Mi sono chiesto cosa poteva succedere a quelle canzoni già scritte”, ha proseguito Davide Van De Sfroos, “e che non potevano cambiare. Alla fine è arrivato il momento di lasciarle a briglie sciolte, libere, per parlare di un “Lord” universale, oltre tutte le religioni e credenze”. Canzoni con storie diverse, alcune che hanno visto la luce pochi giorni prima di registrare, altre che invece sono rimaste nascoste per anni in un cassetto, come nel caso di “Oh Lord, Vaarda Giò”, preghiera libera e dalle sonorità gospel, nella quale si fondono le voci di Van De Sfroos e Zucchero. Proprio con la collaborazione con Zucchero il cantautore ha spiegato che il brano era tra quelli rimasti chiusi nel cassetto per 10 anni. “Era stata scritta come una forma di richiesta emotiva e spirituale per chiedere a questo Dio di indicare sulla bussola dell’anima da che parte muoversi e come riuscire a interpretare segni del nostro viaggio e del nostro percorso”, ha detto, “La diedi a Natale all’amico Lorenzo Marini, che mi chiedeva una canzone su cui giocare e divertirsi. E gli diedi la bozza chitarra e voce. Arrivò la sua preproduzione con tastiere, piano e altri strumenti. Una cosa stellare, irrinunciabile e che doveva per forza entrare nel disco. E quell’ Oh Lord ci ha fatto pensare a Zucchero Fornaciari. Lo avevo conosciuto a Sanremo quando avevo fatto il duetto con sua figlia Irene. Mi sono detto: “vale la pena di farglielo sentire”. Lui ascolta il brano e ci risponde: “se mi potete aspettare questa me la sento proprio nelle mie corde”. E noi: “secondo te abbiamo altro da fare? Aspetteremo comunque”. Insomma non ho avuto il coraggio di chiedere quello che volevo chiedere, ovvero quello di mettere le strofe in dialetto. Lo ha fatto lui di sua spontanea volontà. Queste due lingue che si incrociano e che giocano con un inglese improvabile diventano un invito a una latitudine universale. Il brano ha anche ispirato il videoclip con Mauro Corona, presentato alla 78^ Mostra Internazionale dell’Arte Cinematografica di Venezia. Per raccontare le tracce dell’album, Van De Sfroos sarà anche il protagonista di una serie di appuntamenti instore in giro per l’Italia, per incontrare i fan e condividere la genesi e le storie del nuovo progetto discografico. “E’ un disco di apertura”, ha concluso il cantautore, “e di speranza. Un album che mi riporta a casa anche attraverso suoni pionieristici”.