Intervista alla pianista classica Anna Kravtchenko, ospite al Lerici Music Festival

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L’acqua come simbolo di memoria, trasformazione e viaggio. È da questa suggestione che nasce Water as Memory and Inner Current, il recital con cui la pianista Anna Kravtchenko è stata protagonista del Lerici Music Festival lunedì 27 luglio, nella suggestiva Villa Marigola, uno dei luoghi più evocativi del Golfo dei Poeti. Interprete tra le più autorevoli del panorama pianistico internazionale, Kravtchenko è solita portare le sue interpretazioni originali ed autentiche sui grandi palcoscenici di tutto il mondo. A Lerici ha proposto un itinerario musicale che attraversa oltre un secolo di storia della musica, trasformando l’acqua in metafora dell’esistenza: sorgente di vita, custode della memoria, forza capace di modellare il tempo e l’animo umano.

Un viaggio tra memoria, acqua e trasformazione con musiche di Mozart, Schumann, Schubert/Liszt, Čajkovskij e RachmaninovIl suo recital si intitola Water as Memory and Inner Current. La X edizione del Lerici Music Festival è dedicata a Musica, Immagini e parole dall’Acqua. Quale significato personale ha per lei questo elemento?  Possiamo nascere nell’acqua. Siamo fatti di acqua. E l’acqua ci accompagna per tutta la vita. A Lerici, sulle rive che hanno visto Byron navigare ribelle e visionario, ho immaginato un percorso in cui l’acqua non è semplicemente paesaggio, ma presenza interiore. Ognuno ha la propria acqua. Io ho la mia: un po’ quella di Byron, indomabile. E vi invito a lasciarvi trasportare con me. In gioventù ho letto Byron. Lo immagino a Lerici, corsaro e ribelle. Era un amante dei cani, come me. Con il suo San Bernardo e una madre con i suoi problemi. Ed è Acquario, come me. Ora voglio fermarmi due giorni in più per visitare quell’isoletta lì e vedere le farfalle gialle di Lerici che si trovano solo li. Rimango apposta. Saranno le anime trasformate dei poeti, boh? Nel programma convivono Mozart, Schumann, Schubert, Čajkovskij e Rachmaninov. Qual è il filo invisibile che unisce compositori così lontani nel tempo e nello stile? Il tema portante è l’acqua. Ma l’acqua in stati diversi dell’anima. In Mozart è limpida, cristallina, quasi sorgente. In Schumann diventa sogno, riflesso, gioco di luci sulla superficie. In Schubert scorre, non si ferma mai. In Čajkovskij e Rachmaninov si fa profonda, notturna, a volte tempesta. Sono epoche diverse, costumi diversi, ma l’elemento è lo stesso. E l’uomo che lo attraversa è sempre lo stesso uomo. Nel presentare il concerto lei cita Lord Byron e il Golfo dei Poeti. Quanto il luogo in cui si suona può influenzare l’interpretazione di un programma musicale? Il luogo non è una cornice. È un altro interprete.  Suonare a Villa Marigola, con il mare che entra dalle finestre e il vento che detta i tempi, cambia tutto. Il Golfo dei Poeti ha ispirato Byron, Shelley, tutti quelli che cercavano libertà. Quando suoni qui, la musica respira diversamente. L’acqua fuori entra nell’acqua dentro, e il programma prende un’altra luce. Lei ha parlato dell’acqua come memoria e trasformazione. Esiste un brano del recital che sente particolarmente autobiografico o che racconta qualcosa della sua storia personale?
 
Quasi tutti i brani che suono sono un po’ autobiografici. L’interprete deve prima entrare nel costume e nella psicologia del compositore, capire il suo tempo, le sue regole. E poi deve dimenticare tutto e renderlo suo. Esclusivamente suo.  La musica è emozione. Cambia solo il costume, ma l’uomo è sempre un uomo. Non è un sasso. I sentimenti appartengono all’uomo di ogni epoca, anche se incorniciati dalle regole del suo tempo. In Mozart, per esempio, c’è più rigore, più forma. Ma il suo animo è vivo ed è eterno. Quando mi sento giù, Mozart diventa il mio antidepressivo naturale. Dopo aver suonato nelle più importanti sale da concerto del mondo, cosa rappresentano per lei i festival che valorizzano il dialogo tra musica, natura e patrimonio culturale, come il Lerici Music Festival? Rappresentano il ritorno all’essenziale. Dopo i grandi teatri, qui la musica ritrova il suo respiro più vero: il dialogo con la natura, con la storia di un luogo, con le persone. Festival estivi come quello di Lerici o La Roque d’Anthéron in Francia, per esempio, sono davvero meravigliosi. E per questo devo un grande ringraziamento agli organizzatori, come Gianluca Marciano, che valorizzano tutto ciò con passione e visione. La Sonata n. 2 di Rachmaninov conclude il programma con una straordinaria intensità emotiva. Perché ha scelto proprio quest’opera come approdo finale di questo viaggio musicale? Molto spesso questo brano viene eseguito come se fosse nel Medioevo, a colpi di pugni e pietre. Invece è una musica quasi impressionistica. Dentro ci sono le campane lontane, l’acqua che scorre, uno struggente virtuosismo e quella brillantezza che serve per concludere questo recital.
Per me è un po’ il mare in tempesta caotica dopo i ruscelli e i laghi rigorosi che abbiamo attraversato prima. È l’onda finale. Il pubblico oggi cerca sempre più spesso un’esperienza che vada oltre il semplice ascolto. Quanto è importante costruire un recital che racconti una storia, oltre a proporre grandi capolavori del repertorio? La musica non è una cosa concreta che puoi toccare o definire. L’oggettivo che trovo è: è bella. Ma deve essere anche provocatoria. L’interprete deve lasciare il pubblico “scosso”, migliorato. A casa deve tornare migliore. Dentro c’è tanto studio, ascetismo, notti insonni passate a risolvere una frase o un’altra. Tutto questo serve per poterla rendere naturale, viva. Costruire un recital come una storia è proprio questo: far dimenticare la fatica e lasciare solo l’emozione che scorre. Ha iniziato la sua carriera internazionale giovanissima, dopo la vittoria al Concorso Busoni. Guardando al percorso compiuto, cosa è cambiato maggiormente nel suo modo di interpretare la musica? Beh, lo stesso amore. E ho coltivato tanta curiosità. L’animo non invecchia. Accanto all’attività concertistica è docente al Conservatorio della Svizzera Italiana. Cosa cerca di trasmettere ai giovani pianisti oltre alla tecnica e alla preparazione musicale? Insegno libertà, ma anche rigore. Senza rigore, metodo e costanza, e senza conoscenza storica e lettura, non puoi essere libero. Ma dopo aver studiato e ristudiato, bisogna dimenticare e volare. Solo così il volo è pazzesco. Ho dei bravissimi allievi, devo dire. Uno ha vinto il DeSono di Torino, un altro è passato al Concorso Busoni fra quasi 600 candidati. Ci sono soddisfazioni. Quest’anno ho preso un numero ridotto di allievi, ma di eccezionale talento. Se dovesse lasciare al pubblico di Lerici un’immagine o un’emozione da portare con sé al termine del concerto, quale vorrebbe fosse? Vorrei che tornassero a casa con il rumore del mare e pensieri interessanti nelle orecchie, e la sensazione che l’acqua dentro di loro si sia mossa.