Ci sono voluti quasi dieci anni per riascoltare nuova musica dagli Astrolabio. Dopo varie soddisfazioni all’indomani di “I paralumi della ragione” del 2017, la band si era inceppata, le famiglie, il lavoro, i dubbi, insomma quella cosina che chiamiamo maturità che si mette di mezzo alle tue passioni. Poi la decisione di prendersi una pausa, che diventa di fatto uno scioglimento non annunciato ufficialmente. Accogliamo quindi con piacere e una certa sorpresa questo terzo album, che diventa il quarto se si considera un disco a nome Elettrosmog, che di fatto è l’embrione degli Astrolabio. Se lo stile è immutato, un rock che la band definisce, non senza ironia “degressivo”, è sempre alla base delle intuizioni di Michele Antonelli, leader non dichiarato, ma di fatto perno centrale del gruppo veronese, qualcosa è di fatto cambiato. Infatti il quartetto ha mutato formazione, in modo tangibile, infatti non troviamo più il tastierista Michele Babbi, sostituito da un secondo chitarrista, Paolo Giberti (chiudono la formazione Alessandro Pontone alla batteria e Paolo Iemmi, basso e voce). Il tastierista è ancora presente in veste di ospite, ma sin dal primo ascolto è evidente che il sound si è irrobustito, pur senza perdere la verve progressiva.
Otto brani (più due scherzetti) messi in fila con un’idea logica, che affrontano il tema dell’informazione, della massa di notizie che riceviamo ogni giorno, di come pubblicità e intermezzi promozionali, ci impediscano di essere liberi di scegliere. Ma la responsabilità è solo nostra che cediamo alla comodità di essere guidati. Michele si conferma il genietto che abbiamo imparato a conoscere negli album precedenti, le sue parole pungenti e colme di sarcasmo, sono incastonate in un telaio musicale che gioca tra rock, prog, cantautorato, sfumature jazz rock, in un assemblaggio che risulta originale. La domanda è semplice: quanti oggi potrebbero scrivere e farvi ascoltare brani come la sincopata “Prima della pubblicità”, il riff burrascoso di “La dittatura delle cose” che si risolve in un hard prog irriverente? Per non dire delle sperimentazioni di “Il seme del disgusto” o i sei minuti di variazioni prog tra Area e Biglietto per l’Inferno? Senza fare una lista di titoli correte dritti a “L’ombra di te stesso” e “Grandi magazzini”, in qualche modo legate come tematiche, ma diversissime nelle strutture, a testimonianza di una ricerca compositiva sempre attenta. Cito anche “Democrazia (ma che idea!)”, che nel suo avanzare variegato, cita anche un brano di una nota band di rock italiano, ma lascio a voi il compito di scoprirla. Se poi pensate che l’album si chiude con “DIO (Decido io, Ora)”, che con i suoi dieci minuti rievoca la grande stagione del prog rock italiano degli anni ’70, ma rivisitati ai giorni nostri, capirete che siamo davvero davanti a un grande band, mai banale, acuta nelle osservazioni e con una propria identità. Vi serve altro per capire che gli Astrolabio sono una grande band? Solo un’osservazione ragazzi: e fatela qualche foto pubblicabile!
