Paolo Jannacci: una canzone, nella sua pochezza, a volte ti cambia la vita

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«Una canzone, nella sua pochezza, a volte ti cambia la vita». È una delle riflessioni che meglio raccontano lo spirito di “Scimmie ovunque“, il nuovo album di Paolo Jannacci. Un lavoro nato dopo sei anni di scrittura e ricerca che intreccia ironia, poesia, critica sociale e riflessione umana attraverso undici brani dedicati alle fragilità del nostro tempo. Dal femminicidio alle morti sul lavoro, dalle dipendenze all’autocensura, il cantautore milanese affronta temi complessi senza rinunciare all’empatia e a quella leggerezza che da sempre caratterizza la sua cifra artistica. Le “scimmie” del titolo diventano così la metafora delle paure, delle debolezze e delle contraddizioni che ciascuno porta dentro di sé. Il nuovo album, pubblicato da Ala Bianca Records e distribuito da Warner/Fuga, sarà disponibile da venerdì ottobre 2026 in vinile e in digitale (è invece già ascoltabile il singolo “Politically Topless”, duetto con Elio.

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Paolo Jannacci (foto Galbiati)

Hai raccontato che per arrivare a questo album ci sono voluti sei anni. Qual è stato il momento in cui hai capito che “Scimmie ovunque” era finalmente pronto per essere ascoltato dagli altri?
Il disco è rimasto fermo per circa sette mesi per definire l’uscita, cosa del tutto normale. Però “Scimmie” è stato il brano scritto per ultimo insieme a Paolo Re. Avevamo già scelto il titolo dell’album perché volevamo raccontare queste storie di involuzione, le mie paure e quelle degli esseri umani che popolavano il mio immaginario. La scimmia è un animale che può avere reazioni inconsuete, mosse dagli istinti più animaleschi, più egoistici, più terreni. Il titolo c’era già, ma mancava una canzone che gli corrispondesse. A un certo punto mi sono detto: “Paolo, facciamo la title track”. Il disco era già chiuso, ma l’abbiamo scritta in poco tempo. Avevamo entrambi voglia di raccontare i nostri fantasmi, il riflesso delle nostre preoccupazioni. Doveva essere qualcosa di intuitivo e veloce. Abbiamo scelto il rock’n’roll e ce la siamo giocata in scioltezza.
Nel disco la “scimmia” rappresenta le debolezze e le fragilità dell’essere umano. Se dovessi scegliere la tua scimmia più difficile da tenere a bada, quale sarebbe?
Quella che non vuole a tutti i costi cercare di avere empatia con gli altri. Quella che resta arroccata nel proprio egoismo e non crede nell’empatia né nell’altruismo. Sono concetti difficili e io, per primo, sono un grande peccatore. Però cerco di accorgermene e, se vedo una persona in difficoltà, provo ad aiutarla. Nel mio caso, anche raccontandola attraverso una canzone. A volte, come dico durante i concerti parlando di “El purtava i scarp del tennis”, basta una canzone a smuovere qualcuno più bravo o più preparato di te. Un testo può suggerire, consigliare, spronare a cercare qualcosa di più. Una canzone, nella sua pochezza, a volte ti cambia la vita.

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L’album alterna temi molto duri, come il femminicidio o le morti sul lavoro, a momenti più leggeri e ironici. Quanto è importante oggi usare la musica per raccontare la realtà senza trasformarla in una lezione morale?
È fondamentale. Se mi dici che sono riuscito a raggiungere questo obiettivo, mi fai davvero felice. Io spero di esserci riuscito. Non bisogna ostentare il proprio modo di pensare come se fosse una verità assoluta, anche perché l’assoluto non esiste. Devi restare in equilibrio su una corda sottile, e per me l’ironia è lo strumento che permette di raccontare ciò che ritieni sbagliato senza diventare moralista. Bisogna essere anche illuminati: non puoi raccontare tutto quello che ti passa per la testa, altrimenti vai dallo psicanalista. Quello che racconti deve avere una valenza sociale. Devi farlo con il tuo stile, senza scimmiottare nessuno. E se riesci a essere trasversale, mantenendo uno sguardo critico ma educato, allora diventi ancora più incisivo.
In “Politically Topless”, insieme a Elio, affronti con ironia il tema del politicamente corretto e dell’autocensura. Hai la sensazione che oggi sia diventato più difficile esprimersi liberamente rispetto a qualche anno fa?
Penso di sì. Ogni volta che scrivo un brano mi pongo una forma di censura preventiva. Ogni volta che penso a una frase mi chiedo: “Posso dirla?”. Scriviamo qualcosa e subito dopo ci domandiamo se sia opportuno farlo. Il fatto che un artista inizi a censurarsi ancora prima di esprimersi è un segnale preoccupante. Oggi facciamo sempre più fatica perfino a sillabare certe parole. È una forma di mutismo, o quantomeno una ricerca del mutismo, e quando questo accade nel mondo dell’arte si compie qualcosa di negativo. Certo, c’è chi non si pone il problema, ma credo siano pochi.
Uno dei brani più toccanti è certamente “Enzo, l’incrocio e tutto il resto”. Oggi, da uomo e da artista, qual è l’insegnamento di tuo padre che ti sorprende di più ritrovare nella tua vita quotidiana?
Una delle immagini più forti che porto con me è quella della sua vocazione di medico. Mio padre aveva una vocazione autentica. Forse non è stato presente al cento per cento come medico, ma quella vocazione era reale. Seguiva i suoi pazienti, cercava di aiutare chiunque potesse con un atteggiamento profondamente sincero, perché amava davvero gli altri. Nessuno è un santo. Gli piaceva fare musica, scherzare con Cochi e Renato, e le ore della giornata sono ventiquattro per tutti. Però quando l’ho visto nel ruolo che sentiva più suo, quello del medico, mi ha insegnato tantissimo: il rispetto per gli altri, per i lavori più umili e per le persone che ti dedicano il loro tempo, anche solo ascoltando una tua canzone.

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Paolo Jannacci ed Elio

Nel disco troviamo collaborazioni importanti con Elio e Stefano Massini. Che cosa hanno portato questi incontri alle rispettive canzoni e, più in generale, al tuo percorso artistico?
Sono stati incontri che mi hanno dato molto, sia dal punto di vista umano sia da quello creativo. Con Stefano Massini ci conosciamo da tanti anni. Mi ha voluto come musicista in uno dei suoi spettacoli, “L’officina delle storie”, che stiamo ancora portando in giro. Insieme a Maurizio Bassi abbiamo poi creato il brano presentato a Sanremo nella serata delle cover ed è stato un grande onore essere invitato da Amadeus in una serata così prestigiosa. Con Elio, invece, tutto è nato mentre stava dedicando i suoi concerti a mio padre. Insieme a Paolo Re gli abbiamo proposto di partecipare a un brano che parlasse di autocensura, dell’impossibilità di esprimersi liberamente e del sentirsi nudi davanti al politicamente corretto. Ha accettato con entusiasmo. All’inizio era un po’ guardingo, poi si è lasciato andare completamente.
Se un ascoltatore, dopo aver sentito tutto l’album, dovesse portarsi via una sola emozione o una sola riflessione da “Scimmie ovunque”, quale vorresti che fosse?
Mi piacerebbe che, ascoltando proprio la title track, potesse riflettere sulla necessità di non cadere nel tranello che racconto nella canzone, quello dei miei fantasmi e delle mie paure. Non dobbiamo lasciarci trascinare da questa involuzione.
Se Enzo Jannacci potesse ascoltare oggi “Scimmie ovunque”, su quale brano ti piacerebbe conoscere il suo giudizio per primo e perché?
Credo che sceglierebbe l’ultimo brano, “E allora venne il momento”. Penso che potrebbe considerarlo uno dei pezzi più belli del disco. L’ho scritto pensando a lui, a come lavoravamo insieme, a come costruivamo le canzoni. Dentro ci sono tanta musica e tanto desiderio di raccontare le debolezze e le sofferenze, le proprie e quelle degli altri. È un brano a cui tengo moltissimo. Poi c’è il sassofono di Michele che per me è straordinario. L’ho beccato in una giornata di grazia. Abbiamo registrato quella parte tra un impegno e l’altro, mentre fuori c’era perfino un martello pneumatico che stava rompendo la strada e faceva vibrare tutto. Eppure ne è uscita una magia. Per me è un piccolo capolavoro.