Peppe Fonte – Le canzoni di Piero Ciampi e Pino Pavone (Squilibri SQLCD 145) chiamare una carrozza che si porti via il passato

Il nuovo disco di Peppe Fonte è un tributo (tra il lirico ed il forense, tra un pathos ed il blues più blu) ad un poeta come Piero Ciampi. La storia ci dice che il 19 Gennaio di 40 anni fa a Roma moriva il 46enne poeta e cantautore livornese, artista a cui molti si sono avvicinati per tributargli un giusto riconoscimento storico, come ha fatto Bobo Rondelli qualche anno e come fanno abitualmente gli organizzatori del Premio Ciampi.
Peppe Fonte si diletta nel rendere ancora più interiore una ricerca dei mille risvolti che Piero Ciampi ha dato ad alcune sue canzoni: un caso emblematico è l’iniziale In un palazzo di giustizia, dove diventa palpabile il sentimento con cui questo progetto è stato pensato. Finalmente assumono lucentezza quelle parole con cui Peppe Fonte aveva parlato di questo disco .. Tra me e lui non c’è stato mai spazio per le lacrime, né tempo per la memoria: abbiamo vissuto insieme l’estasi della prossima canzone e, subito dopo, della parola giusta. Sapeste quante volte siamo morti insieme: di versi al telefono, di accordi senza nome, di canzoni ascoltate per la prima volta in macchina..
Finalmente il concetto di morte non ci rende tristi a priori, ma è uno stimolo a guardarsi dentro, dopo aver compreso che il mondo gira con ritmi e modus operandi assai diversi da quelli che pensiamo o che addirittura ipotizziamo. Per questo trovo indovinato aprire questo disco con quella canzone che è foriera di introspezione… Siamo seduti in una stanza di un Palazzo di giustizia,
ci guardiamo di sfuggita. Io ti sparo, tu mi spari, io ti sparo, tu mi spari.
Tu ti alzi all’improvviso, non sei più quella di prima.
Un usciere indisponente ti sospinge tra la gente,
ti sospinge tra la gente, ti sospinge tra la gente.
Tu mi provochi di nuovo, tu mi guardi spaventata, mi coinvolgi un’altra volta..


Questo rapporto amoroso (forse al tramonto, ma non per volere dei due in modo schietto) da Peppe Fonte viene esaltato, ma con rispetto: in questo il suo vivere jazzando gli è di grande aiuto, dimostrando la bontà dell’intero progetto discografico. Una piccola perla, incastonata in un package semplice e delizioso, come quello che la Squilibri ha da tempo messo in cantiere.
C’è anche l’inedita Figlia di mare, spesso descritta come uno dei tanti attimi di quella collaborazione particolare tra gli avvocati Pavone e Ciampi, distanti chilometri e non solo geografici. Infatti tra Livorno
e la Calabria non ci sono strade diritte, scorrevoli e servite da aree di sosta: invece ci sono un sacco di soldati ed altrettante sorelle (qualcuno vocifera che si parli addirittura di quaranta), diversi amici (che definire maledetti è un complimento ante literam), ma soprattutto c’è una storia umana che si intreccia con quella lavorativa, le partite del Catanzaro e lo studio legale…
Avvocato, ti aspettavo, mi affido a te, tirami fuori.
Capisco che è molto grave,
cercherò di essere preciso,
cercherò di ricordare…
Distratto lo sguardo in un placido volo
catturai nella luce l’ombra di un uomo.
Scattai come un arco, la morte nel cuore,
sicuro di perdere tutto per amore…

Un disco bello, melanconico, onesto e financo grisaille: perché a volte i toni del grigio sono quelli con più sfumature cromatiche.