Simone Cicconi: ispirazione, senso di responsabilità e cultura musicale enorme!

Cantautore e stimolatore di emozioni. Simone Cicconi si racconta a cuore aperto in questa intervista, ci parla del nuovo disco “Ma cosa mai potrebbe andare storto?” e ci svela il mistero di cosa è e cosa fa un sound designer!!

Ciao Simone, il nuovo album doveva uscire durante il lockdown di primavera e il titolo ironico, voleva raccontare proprio quei giorni. Perché poi è stato posticipato?

In realtà il titolo è stata la prima cosa decisa dell’album e veniva da un paio di anni prima, a suo modo è stato profetico! Mentre lavoravo alle canzoni la mia vita stava prendendo una piega decisamente inaspettata, e tutto ciò per cui avevo combattuto negli anni precedenti stava crollando miseramente. In più la pandemia globale è arrivata come una ciliegina sulla torta proprio nel giorno in cui ho consegnato il master, per cui mi è sembrato particolamente appropriato intitolare l’album “Cosa potrebbe mai andare storto?” e popolare la copertina di alieni, asteroidi, Godzilla e un gigantesco virus in bella mostra sul cd.

Il tuo curriculum è ricco di premi e riconoscimenti. Ma come nascono queste due anime: dell’autore di canzoni e di sonorità per storie altrui?

Spesso mi capita di dire che ho cominciato con lo scrivere canzoni e poi ho declinato queste conoscenze nell’ambito delle colonne sonore, ma ora che ci penso non è proprio così, in realtà i miei primi esperimenti di composizione musicale risalgono ai tempi del Commodore 64 e dell’Amiga. Ero un utente forsennato dei vari tracker tipo SoundTracker, OctaMED, il TFMX di Chris Huelsbeck e soprattutto il Digital Mugician (un tracker che di fatto includeva il primo soft synth della storia, con una sezione di sintesi sonora unica per i tempi, laddove gli altri lavoravano tutti con tracce di campioni). Poi ho cominciato a suonare, cantare e produrre album con le mie band, ma di fatto ho ottenuto i miei primi lavori nella composizione di colone sonore per videogiochi perché ero uno dei pochi che sapeva usare un tracker. All’epoca mi piaceva riprodurre le colonne sonore dei giochi che amavo, Turrican per me rimane una vetta insuperata, ma anche le varie musiche di Jeroen Tel, Rob Hubbard, Ben Daglish e Matt Gray rimangono scolpite nei miei neuroni per sempre. In parallelo ho sempre amato il prog rock inglese, e ovviamente anche il metal ha avuto la sua bella influenza. Per cui oggi credo sia abbastanza naturale che nella mia musica si possano ritrovare queste componenti.

Ci spieghi cosa è e cosa fa esattamente un sound designer?

Un sound designer è un tizio che si occupa di lavorare a un progetto audio per un qualsiasi prodotto multimediale. L’ambito in cui è nata questa professione originariamente è quello degli strumenti musicali, in quel caso il sound designer è colui che opera su oscillatori, filtri, inviluppi e modulazioni per creare i suoni di un sintetizzatore o di un effetto audio. Poi la definizione si è allargata ed oggi puoi trovare progettisti audio nell’industria video/cinematografica, nei videogiochi e nell’industria musicale. Io da sound designer ho fatto parecchie colonne sonore e negli ultimi anni mi sono occupato principalmente di technical sound design, cioè di implementare l’audio in un ambiente interattivo non lineare come un videogioco, e soprattutto i videogiochi con ambienti generati al volo, senza una geometria pre-definita, con audio procedurale e vari altri accorgimenti tecnici.

Ti sei interessato alla musica creata ed elaborata sui computer da subito o prima hai suonato strumenti tradizionali? E qual è la tua formazione adolescenziale?

Ho cominciato abbastanza presto coi computer, facevo le medie, ma prima ancora avevo studiato qualche anno pianoforte classico e per qualche tempo avevo suonato il sax in banda. La curiosità per i più disparati strumenti “veri” è sempre andata di paripasso con la produzione elettronica, per cui oggi accanto ai soft synth e parecchio hardware (tra cui un bel modularone mangia-soldi) nel mio studio puoi trovare chitarre, sassofoni, percussioni varie e un handpan che sto cominciando a suonare in questo periodo. Sui miei album suono e produco quasi tutto io a parte le chitarre, per le quali sono abbastanza negato e chiedo aiuto al mio sodale Nazzareno Zacconi e i sassofoni, per i quali mi viene in aiuto il mitico Giuseppe Diamanti. Ultimi arrivi sono una kalimba, un theremin e una lap steel guitar, e confido di trovare un modo di farli convivere pacificamente nel prossimo album!

Chi sono i tuoi riferimenti artistici? La biografia cita, tra gli altri, i Disciplinatha, per me una band immensa. Cosa pensi ti hanno trasmesso?

Devo essere sincero, ho sempre ascoltato molta più musica internazionale che italiana, molte colonne sonore, molta elettronica, molto rock/metal. I Pink Floyd sono stati la mia porta d’ingresso nella musica, avevo 10 anni e possedevo già tutta la loro discografia. Poi i Metallica, l’hard rock anni 80, la rivoluzione grunge, il mio periodo elettronico con Prodigy, Orbital, Chemical Brothers e Future Sound Of London, ed infine la riscoperta del mio primo amore il prog, coi Porcupine Tree e Steven Wilson, e tutto il movimento neo-prog di cui sono capostipiti, tipo Haken, Pineapple Thief, Flying Colors, ecc. Ultimamente ho riscoperto anche un po’ il metal apprezzando i Bring Me The Horizon ed il rock indipendente inglese con Royal Blood, Nothing But Thieves ed Enter Shikari. In Italia Franco Battiato è il cantautore che storicamente mi ha dato di più, ma devo molto anche al punk rock elettronico dei Disciplinatha, a cui ho “rubato” anche il titolo di una canzone (Questa non è un’esercitazione, Rumore 2018).

Come stai vivendo questo momento di totale incertezza per l’apparato artistico? E cosa dobbiamo aspettarci nel tuo futuro immediato?

Dopo svariati anni all’estero, da un paio di mesi ho riportato il mio studio in Italia per stare accanto alla mia famiglia in questo periodo assurdo. Abbiamo avuto dei morti in famiglia, e sinceramente stare all’estero in periodo di lockdown dove non conosci nessuno e scambi parole solo coi colleghi è dura. Visto che tanto si lavora da casa, per un po’ me ne sto buono a casa mia. Finita l’emergenza spero di poter viaggiare ancora sinceramente. E- da qualche mese che non lavoro a musica mia, perchè di solito per me chiudere un album significa essere arrivato alla fine di un periodo durato un paio di anni di lavoro duro e meticoloso, e di solito vado in burnout. Però sto cominciando a elaborare un po’ di spunti e a mettere in ordine qualche idea, appena consegno un paio di colonne sonore sono sicuro che mi tornerà il “demone” e ricomincerò a scrivere. Mi manca molto suonare dal vivo, questo sì. Però bisogna starsene buoni ed essere responsabili, non voglio uccidere il mio pubblico, per cui al momento si lavora solo in studio, quando si potrà suoneremo dal vivo.

Simone Cicconi (dalla sua pagina facebook):

Rockstar presso Simone Cicconi, Chief, Composer, Sound Designer, Voice Over Direction.

Di e vive Macerata. Single.