Ermal Meta: Tribù Urbana disco dall’anima rock

Non mi aspetto di andare a Sanremo e cercare una nuova vittoria. Ci vado con uno spirito diverso. In questo momento il palco dell’Ariston è l’unico palco su cui si può salire. Io voglio fare musica dal vivo e fare ascoltare una canzone che fa parte di un disco nuovo…
Ermal Meta presenta così la sua partecipazione al 71° Festival di Sanremo con “Un milione di cose da dirti”. A pochi giorni dall’inizio della kermesse, che aveva vinto nel 2018 con “Non mi avete fatto niente”, l’artista ha incontrato la stampa per presentare “Tribù Urbana”, il nuovo album di inediti che uscirà il 12 Marzo. Il disco, pubblicato da Mescal e distribuito da Sony Music, arriva a tre anni di distanza dall’ultimo album in studio “Non Abbiamo Armi”, ed evidenzia l’altissimo livello di scrittura dell’artista, sia quando dà voce ai sentimenti, sia quando racconta il mondo attraverso storie di vita, guardando negli occhi uno ad uno i componenti della “Tribù Urbana”, attraverso suoni e parole che diventano i colori distintivi di questo nuovo progetto.

Foto di Emilio Timi

Questo nuovo album colpisce per un sound senza dubbio più internazionale e molto rock. Come sei riuscito a trovare l’equilibrio tra i vari brani?
Il disco ha un’anima un po’ più rockeggiante. I suoni sono tutti molto dosati. Facendo musica da una ventina d’anni posso dire di aver attraversato tutte le fasi musicali, come punk e metal, però quel tipo di suono mi è rimasto dentro. Il disco è una commistione di cose diverse. C’è una parte più classica e più vicina al cantautorato italiano, come nel caso di “Un milione di cose da dirti”. In altri pezzi sono andato in direzioni diverse, senza restare dentro un genere preciso. Ho cercato di metterci dentro un po’ tutto quello che ho provato. Poi dipende anche dagli strumenti che ho usato, e con cui ho sperimentato suoni diversi.
È un album importante, che sembra fatto apposta per la dimensione live.
Ho una voglia immensa di portarlo dal vivo. Quando scrivo in genere mi immagino di stare sul palco. Questa volta ho fatto il processo inverso. Mi sono messo in platea e ho fatto finta di far parte del pubblico. Gran parte delle persone che vanno a vedere i concerti in Italia ci vanno non solo per ascoltare ma anche per cantare le canzoni. Così mi sono messo nei panni di chi viene ai miei concerti e ho pensato alle sensazioni che possono provare.
Il Covid ha frenato la tua voglia di concerti dal vivo?
E’ vero che il Covid mi ha messo i bastoni tra le ruote. Ma il Covid ha cambiato il volto del nostro mondo e secondo me, quando sarà tutto finito, ne usciremo diversi e cambiati. Saremo cambiati per sempre nonostante la capacità dell’essere umano di dimenticare. Dall’altra parte ho avuto anche tempo per concentrarmi.
In “Un milione di cose da dirti” c’è una frase molto significativa: “Ti do il mio cuore a sonagli per i tuoi occhi a fanale”. A chi si riferisce?
Sono due personaggi. Non ho voluto utilizzare i nomi per non confinare all’interno di due nodi una storia. Ho voluto usare queste due immagini un po’ fiabesche. Succede spesso che quando due persone si vogliono bene a un certo punto non ci si chiama più per nome. E’ una canzone d’amore verticale. Parte da qui e cerca di salire.
Un altro brano che colpisce molto è “Gli invisibili”. Com’è nata questa canzone?
Avevo fatto un viaggio negli Stati Uniti e in quell’occasione avevo realizzato diverse foto. Ho fotografato principalmente gli homeless che mi sono trovato davanti. Mi sono fermato a parlare con uno di loro e mi ha raccontato la sua vita. Quel giorno era il suo compleanno. Pensai che fosse una bella storia ma che nessuno avrebbe ascoltato. Una volta qualcuno mi disse “cerca di restare invisibile, perché gli invisibili imparano a volare”. Ho cercato di immaginare un esercito di invisibili, che da invisibili diventano supereroi.
Al Festival di Sanremo nella serata delle cover eseguirai “Caruso” di Lucio Dalla. Curiosità la serata è il 4 marzo, giorno di nascita di Lucio Dalla. Non potevi presentare “4/03/1943 (Gesù Bambino)”?
E’ stata una coincidenza. Non avevo assolutamente fatto il calcolo delle date. L’ho scoperto la settimana scorsa. Ho scelto “Caruso” perché è la canzone che tutti mi hanno sconsigliato di fare. Io sono fatto così. Cerco di andare contro quello che può essere un consiglio anche saggio. Preferisco misurarmi con i miei limiti.
Eseguirai “Caruso” con la Napoli Mandolin Orchestra. Come nasce questa collaborazione?
Un giorno mi sono messo al pianoforte e ho registrato un demo piano e voce di “Caruso”. Poi l’ho mandato al maestro Diego Calvetti, che è il mio direttore d’orchestra a Sanremo, e gli ho chiesto di fare un arrangiamento degno di questa canzone. E in quel frangente gli ho suggerito che avrei voluta farla con dei mandolini, visto che quella canzone rappresenta la napoletanità. Lui mi ha parlato della Napoli Mandolin Orchestra e allora ho detto subito di sì. Sarebbero dovuti essere di più sul palco: loro sono 12, ma a Sanremo ne saranno solo 4.
Tenendo conto delle tue esperienze precedenti a Sanremo, per la serata con gli ospiti preferisci eseguire la cover oppure fare un rifacimento del brano in gara con ospiti. E nel caso con cui ti piacerebbe eseguire “Un milione di cose da dirti”?
Io preferisco la serata delle cover perché si eseguono canzoni conosciute da tutti e quindi ti vai a misurare con qualcosa che la gente conosce già e quindi si concentra totalmente sull’esibizione. Detto questo se ci fosse stata la formula del proprio brano con ospite avrei voluto Federico Zampaglione o Samuele Bersani.
In questo nuovo album non ci sono collaborazioni.
In un’epoca in cui i duetti e collaborazioni strabordano io volevo fare qualcosa di controcorrente. È un disco strano per me, perché ci ho lavorato con la voglia di libertà e di correre. Non ho pensato a nessuna collaborazione da mettere nel disco. In questo periodo ho fatto qualcosa con un mio grande amico e collega, ma è una cosa che forse si vedrà più avanti.
Un altro brano molto forte del disco è “Stelle cadenti”. Hai pensato di portare questo brano a Sanremo?
La tentazione di portare al Festival “Stelle cadenti” ce l’ho avuta. Solo che da più parti ho avuto lo stesso tipo di feedback, ovvero che fosse una canzone più adatta all’interno del mio percorso. Io sono andato a Sanremo diverse volte, ma mai con una ballad. E quindi portare “Un milione di cose da dirti” mi sembrava la cosa più giusta da fare. “Stelle cadenti” troverà uno spazio importante nel percorso di questo disco. E’ una fotografia fatta da un ubriaco. E’ molto artistica ma anche poco nitida.
“Nina e Sara” è ambientata nel 1987 e affronta un tema importante, che è quello dell’amore omosessuale. In un tempo in cui il progresso e la tecnologia hanno raggiunto traguardi importanti, si fa invece ancora fatica ad accettare situazioni che dovrebbero essere normali. Qual è il tuo pensiero al riguardo?
Mi fa una tristezza infinita. Per quanto riguarda i sogni siamo 1000 anni luce avanti. Per quanto riguarda ciò che veramente conta, la libertà individuale, siamo ancora nel medioevo. Nina e Sara è una storia che ho immaginato ambientata nel sud Italia in un’estate del 1987. Al tempo avevo una fidanzatina e lei era molto strana con me e con gli altri. Vedevo un’anima in pena e non ero in grado di capire cosa lei avesse. Poi ci siamo lasciati. E dopo due / tre anni l’ho trovata felice e fidanzata con una ragazza. Lei non era in grado di ammettere a sé stessa che le piacevano le ragazze. Aveva tutta questa rabbia che cavalcava in un modo abbastanza forte.
In “Il destino universale” canti “dove Ermal ha 13 anni e non vuole morire”. E’ un pezzo biografico?
La mia è una testimonianza. Torniamo sempre sul punto di quello che non si conosce, che fa paura e del diverso. Non credo sia così. Il movimento è importante. Il movimento dell’umanità è importante. Così come avviene con gli esseri umani. E io ne sono la testimonianza. Anche io ho lasciato la mia terra a 13 anni e non sapevo assolutamente cosa mi aspettava. Sapevo però che per un bene più importante dovevo andare via.
L’album si intitola “Tribù Urbana”. Come nasce questo titolo?
Il titolo mi è venuto in mente una volta che ho finito di ascoltare tutte queste canzone. Da sempre gli esseri umani tengono a stare vicini, in comunità. La Tribù è l’anima che unisce le persone, il fil rouge che unisce le persone che vigono un ambiente. Ci sono più colori diversi e tante diversità.