Olden: la musica digitale ha ammazzato la discografia.

Artista completo e complesso, cantautore, cantante e poeta, attento ai nostri tempo e al tempo, Olden ci parla di come il digitale abbia ucciso l’arte, del perché gli idoli sono scomparsi e di “Cuore Nero”, il suo nuovo album, il quinto. Ma non ditegli che è un concept!

Rispetto al precedente disco “Prima che sia troppo tardi”, cosa pensi sia cambiato nel tuo approccio di scrittura? Pensavo di ascoltare un lavoro quasi d’istinto ed invece “Cuore nero” è elaborato, carico di pensieri e significati. Come l’hai concepito?

Credo che ogni album sia un mondo a sé, e penso che questo sia fondamentalmente un bene. Tutto é costantemente movimento, e lo siamo anche noi, volenti o nolenti. “Prima che sia tardi” ha avuto sicuramente una gestazione piú lunga e probabilmente anche piú complessa, é stato un lavoro di un anno, anche se le canzoni in realtá le ho scritte in poco più di un mese. “Cuore Nero” é uscito fuori con un’urgenza quasi terapeutica, forse per dare un senso ai mesi silenziosi e assurdi che abbiamo vissuto (o forse dovrei dire “non vissuto”) E’ nato in maniera piuttosto naturale, e devo dire che anche a livello musicale e di arrangiamento, grazie a Flavio (Ferri), siamo riusciti a trovargli un vestito giusto in pochissimo tempo. L’unica vera grande differenza tra i due album, fondamentalmente, sono io, che non sono piú quello di un anno e mezzo fa, e domani sicuramente sarò di nuovo qualcos’altro.

Pensi che “Cuore nero” possa in qualche modo essere una sorta di concept album? Cosa lega le tracce? Se c’è qualcosa? Io ho trovato tanta speranza di fondo, nonostante l’apparente cupezza, sin dalla copertina.

La speranza é un concetto che non mi entusiasma troppo, anche se spesso é difficile non cadere nella tentazione di “utilizzarlo”. Non mi piace perché rischia di apparire consolatorio e soprattutto perché affida il futuro a qualcosa che non dipende da noi, che in un certo senso ci toglie le responsabilità di come andrà a finire. Non so se “Cuore Nero” sia davvero un concept, ma di certo tutte le storie che racconto in questo disco sono legate da qualcosa, da un filo sottile che le percorre. E’ un racconto di solitudini e riscatti, un invito ad accettare il dolore e le sconfitte con consapevolezza, per toccare il fondo e poi rinascere di nuovo. Ed é quello che succede ad “Ari La Donna Cigno”, ad Allen (Ginsberg, in “Kaddish”), a Monty (in “Figlio Solo”, canzone ispirata e dedicata al film “La 25esima Ora, di Spike Lee) e pure a me, nelle poche canzoni dove parlo anche un po’ dei fatti miei. Ecco, in definitiva preferisco che si parli di “riscatto” piuttosto che di “speranza”.

E a proposito di copertina: un cuore nero prigioniero in scatola. Eppure nel disco io sento aria di speranza. Vuoi dirci qualcosa di più?

Come dicevo, l’unica speranza é il riscatto, la consapevolezza, ingoiare il veleno e poi sputarlo via, per ricominciare di nuovo. Il cuore é prigioniero perché si é nascosto, per pudore o vergogna, ma la scatola é di vetro, e tutti possono (ed anzi devono) vederlo. Per accettare il dolore e poi decidere come curarlo.

La collaborazione con Pierpaolo Capovilla come nasce? Hai scritto un brano per lui? Avete lavorato insieme? E con chi altri ti piacerebbe condividere la tua arte?

Pierpaolo é un artista meraviglioso, formidabile performer, cantautore, intellettuale. Ci siamo conosciuti nel 2014, in occasione del Premio Tenco, al quale eravamo stati invitati tra gli artisti della Rassegna (che quell’anno, guarda un po’, aveva come titolo “Le Resistenze”). Siamo rimasti in contatto e ogni tanto gli mandavo le mie cose, per avere un parere, un consiglio. La sua partecipazione al brano “Le nostre vigliacche parole mancanti” non era in realtà previsto, il disco era praticamente finito (così come il pezzo in questione). Ma un giorno mentre ascoltavo questa canzone, come in una specie di “visione artistica”, mi é venuto in mente Pierpaolo, sentivo che in qualche modo dovessi coinvolgerlo. E così é stato. Gli ho mandato il brano, chiedendogli come sempre un parere ma proponendogli anche di partecipare con la sua voce; e lui non solo ha detto di sí, ma si é messo subito al lavoro per scrivere qualcosa di suo pugno, metterci del suo, insomma. Ed é nato il pezzo. Sono felicissimo del risultato, credo ci rappresenti perfettamente, per me é motivo di grande orgoglio aver fatto una cosa del genere con un artista come Pierpaolo. Per il futuro non so, ci sono tanti artisti con i quali mi piacerebbe collaborare… Edda, Manuel Agnelli, Vasco Brondi. Ti direi anche Morgan, anche se non vorrei un giorno sentirmi dire “Oh, ma dov’è Olden”? (Ride di gusto!!, nda).

E visto che parliamo di altri artisti italiani, quali sono i tuoi riferimenti? Dimmi una canzone italiana che avresti voluto scrivere e perché?

A parte Pierpaolo, riferimento importantissimo per me, mi sento molto legato ad un certo tipo di “movimento” legato agli anni ’90 italiani, un periodo irripetibile, pieno di artisti che hanno in un certo senso rappresentato una piccola rivoluzione, e penso ai Bluvertigo, Afterhours, Ustmamó, CSI, gli stessi Delta V (del mio fratello grande Flavio Ferri) e tutto quello che girava intorno alla scena “alternativa” (quando lo era davvero) italiana di quel periodo. Da ragazzino ho ascoltato un sacco di musica italiana degli anni’60, di ogni tipo, da Fabrizio De André a Nico Fidenco, una sorta di sacro e profano da mangiadischi. Sono anche debitore del cantautorato degli anni ’70, su tutti sicuramente Francesco De Gregori, che ho ascoltato e riascoltato fino allo sfinimento, stupefacente ancora oggi per il suo immenso talento e per questa incredibile capacità di trasformare qualsiasi immagine in canzone. Dei miei “contemporanei” mi piace molto Vasco Brondi, capace di creare bellezza attraverso strade inconsuete e apparentemente impossibili. Se ti dovessi dire una canzone italiana che avrei voluto scrivere, dovendo rinunciare per forza a tantissime altre, ti direi “Almeno tu nell’universo”, un capolavoro assoluto, per testo, armonia e melodia. Certo, cantata da Mimí, poi…

Ho apprezzato molto l’idea di non voler pubblicare l’album in digitale. Ci spieghi perché? E come pensi si possano creare attrattive per gli ascoltatori, troppo spesso sulle piattaforme di ascolto indirizzati solo da algoritmi matematici?

Effettivamente “Cuore Nero” non é presente nelle piattaforme digitali, per una scelta precisa, presa insieme alla mia etichetta Vrec. Abbiamo deciso così perché crediamo che un artista, soprattutto oggi, debba dare dei messaggi concreti, debba prendere delle posizioni. La musica digitale ha ammazzato la discografia, abbiamo appaltato le nostre creazioni a dei piazzisti, abbiamo barattato il nostro talento per una manciata di ascolti. Anche se sembrerò retorico, credo che vada ricordato a chi ci ascolta che la musica é un lavoro, che le canzoni non si regalano a un intermediario solo per fare cassa, non si può, non si deve. Un disco é come un libro, come un quadro, come una scultura, é arte. E l’arte ha un prezzo, come tutto. E’ la “merce” più pregiata che abbiamo, e così la stiamo banalizzando, la stiamo svendendo a un sistema completamente sbagliato. Per attirare gli ascoltatori, oggi, a parte i benedetti/maledetti social network, non resta che suonare e suonare sempre, creare spazi di condivisione, andare ai concerti, ritrovare la bellezza del cosiddetto underground, perché sotto sotto, in fondo, c’è sempre qualcosa di prezioso da scoprire. Coerenza e perseveranza, ecco cosa ci può davvero salvare. Forse.