Brian May e la fabbrica del clickbait: anatomia di una smentita inutile

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Tra parole stravolte sul politically correct e fake news cliniche: perché l’incapacità di leggere le fonti originali costringe il chitarrista dei Queen a difendersi da casi mai esistiti. C’è un filo conduttore preciso e ricorsivo che lega la narrazione mediatica della salute di Brian May alle periodiche polemiche ideologiche che lo travolgono a mezzo stampa: la decontestualizzazione sistematica. Un meccanismo collaudato con cui un’affermazione complessa, una riflessione filosofica sull’industria musicale o un semplice aggiornamento clinico vengono estrapolati dal loro alveo naturale, caricati di una tensione sensazionalistica e dati in pasto al circuito dei social network, creando artificialmente un “caso” destinato ad alimentare la macchina dei commenti e a costringere, infine, il musicista a rettifiche ufficiali che non si sarebbero mai dovute rendere necessarie. L’origine dell’ultimo polverone mediatico risiede in un’intervista concessa da Brian May al quotidiano britannico The Times. Stuzzicato sul dibattito scaturito dalla decisione dei Brit Awards di abolire la distinzione di genere (“Best British Male” e “Best British Female”) in favore di categorie unificate gender-neutral, il chitarrista dei Queen ha condiviso una riflessione sul rischio che la burocratizzazione dell’inclusività e la logica delle quote possano finire per sovrapporsi al merito artistico, dichiarando esattamente: «I feel very uncomfortable about the whole thing… We never had to worry about diversity in Queen. Freddie came from Zanzibar, he was Parsi, he was gay, but nobody cared. He was just Freddie» («Mi sento molto a disagio riguardo a tutta questa faccenda… Nei Queen non abbiamo mai dovuto preoccuparci della diversità. Freddie veniva da Zanzibar, era parsi, era gay, ma a nessuno importava. Era semplicemente Freddie»).

Nelle intenzioni di May, la storia dei Queen era la testimonianza diretta di come l’inclusione reale non si costruisca a tavolino tramite etichette, ma vada vissuta nella pratica quotidiana e nella valorizzazione del talento puro. Tuttavia, nel passaggio dal Times alla galassia di aggregatori di notizie, blog e pagine social, il pensiero originale ha subito una drammatica alterazione; senza che quasi nessuno si prendesse la briga di consultare la trascrizione originale (original transcript), il concetto è stato rimpacchettato per servire la polarizzazione del web, trasformando una difesa del merito in titoli strillati come “Brian May attacca i diritti trans”, “La furia di Brian May: i Queen oggi non sarebbero abbastanza inclusivi” o “Brian May contro il politically correct”. La spinta più grave non è arrivata soltanto dai soliti tabloid scandalistici, ma dall’entusiasmo acritico con cui creator e gestori di pagine tematiche — compresi diversi spazi che dichiarano di occuparsi di divulgazione sui Queen — hanno ripreso e condiviso la notizia travisata al solo scopo di generare interazioni e traffico sul proprio profilo, una deriva che ha costretto May ad affidare a Instagram una dura nota ufficiale: «I was ambushed and completely misrepresented by a journalist… My words were twisted to make it look like I was attacking trans people and diversity. Nothing could be further from the truth. My heart is open as always to humans of all colours, all creeds, all sexes and sexualities» («Sono stato vittima di un’imboscata e completamente travisato da un giornalista… Le mie parole sono state stravolte per far sembrare che stessi attaccando le persone trans e la diversità. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Il mio cuore è aperto come sempre agli esseri umani di tutti i colori, credi, sessi e sessualità»). Per chi analizza l’informazione musicale con occhio critico, questa dinamica non rappresenta una novità, poiché esiste un parallelo perfetto tra la manipolazione delle sue opinioni e il trattamento riservato alle sue condizioni di salute; quando infatti May decise di comunicare direttamente ai fan di aver subito un problema cardiaco (heart attack) o vascolare (minor stroke), lo fece con un video caratterizzato dalla consueta lucidità, spiegando il problema, illustrando i trattamenti e rassicurando il pubblico sul fatto di essere fuori pericolo e in fase di piena riabilitazione . La risposta dell’ecosistema informativo applicò il medesimo modello distorsivo, trasformando un evento clinico serio ma gestito tempestivamente in titoli catastrofici come “Dramma Brian May”, “L’annuncio choc: non potrà più suonare” o “Paura per la leggenda dei Queen in fin di vita”. In entrambi i casi lo schema è sovrapponibile: si estrapola un dato reale, lo si priva delle sue sfumature contestuali, si alza artificialmente il volume emotivo — dalla tragedia sanitaria al contrasto ideologico — e lo si trasforma in un’esca da click . La narrazione di un artista costantemente travolto dalle polemiche o in condizioni precarie si scontra peraltro con la realtà incontrovertibile delle sue attività ufficiali e con la vita operativa della band; mentre la blogosfera cavalcava la polemica, Brian May manteneva infatti un’agenda fitta di impegni, dalla ricerca e pubblicazione in ambito astrofisico al costante lavoro di sensibilizzazione ambientale per la tutela della fauna selvatica con il Save Me Trust, fino alle apparizioni pubbliche e istituzionali. Parallelamente, la vitalità dell’universo Queen ha trovato ulteriore conferma negli impegni solisti di Roger Taylor, che proprio con l’uscita dell’album Violence Insane in a Beautiful World ha intrapreso un tour promozionale nel Regno Unito, un contesto operativo dinamico che ha visto lo stesso May salire a sorpresa sul palco del Roundhouse di Londra per affiancare il collega di una vita fornendo nei fatti la risposta migliore a qualsiasi narrazione catastrofista o divisiva. L’intera vicenda lascia una lezione precisa e ineludibile, che interpella in modo particolare chi fa informazione musicale e chi gestisce spazi dedicati alla storia della band: conoscere la figura di Brian May — la sua formazione scientifica, il suo rigore intellettuale e la storia di una formazione che ha fatto della libertà e della trasversalità la propria cifra identitaria — significa possedere gli strumenti analitici per riconoscere un’operazione di sciacallaggio mediatico. Rilanciare notizie non verificate per la sola brama di cavalcare l’algoritmo significa venir meno al principio cardine del giornalismo, ovvero la verifica delle fonti primarie, perché se persino una figura limpida come Brian May si vede costretta a difendersi da opinioni che non ha mai espresso, la colpa non è di chi parla, ma di un sistema informativo che ha barattato la ricerca della verità con la velocità di un click.