Roberto Caselli ci racconta la Storia del Rock in Italia

Tra i giornalisti e critici musicali più attenti e seguiti nel panorama nazionale, Roberto Caselli è di recente tornato in libreria con una nuova opera di grande interesse. Si tratta de “La Storia del Rock in Italia” (Hoepli), realizzato insieme a Stefano Gilardino. Partendo dagli albori negli anni ’50, questo libro di oltre 350 pagine racconta oltre 60 anni di rock in Italia incrociando le vicende dei principali protagonisti, quelle di canzoni, dischi essenziali, concerti e festival, giornali, riviste specializzate e trasmissioni radio/tv con i principali avvenimenti del contesto storico-sociale che ne ha permesso sviluppo e successo. Non una storia dei gruppi rock di casa nostra ma di un genere e una cultura che hanno segnato profondamente anche l’universo giovanile nostrano, con tutti i risvolti sociologici, politici e sociali del caso. Roberto Caselli, voce storica di Radio Popolare (oltre che direttore della rivista ‘Hi Folks!’ e del mensile musicale “Jam”) aggiunge dunque un nuovo tassello nella sua vasta bibliografia che comprende titoli come “Hallelujah” (Arcana 2014) sui testi commentati di Leonard Cohen, “La storia del blues” (Hoepli 2015), Jim Morrison (Hoepli 2016) e La Storia della canzone italiana (Hoepli 2018).

Benvenuto Roberto Caselli. Innanzitutto congratulazioni per quest’opera monumentale, che pone alcune interessanti riflessioni sull’influenza che questa musica he esercitato nella cultura e nei giovani italiani di diverse generazioni. Innanzitutto, visto l’elevato numero di pagine, che impostazione avete dato a questo lavoro e come vi siete divisi i compiti?

Ci siamo divisi le parti del libro per competenze. Avendo io qualche anno in più di Stefano ho scelto di parlare dei periodi relativi alla nascita del rock’n’roll e del suo imporsi sempre crescente fino a tutti gli Anni ’70. Lui si è occupato del resto. Credo sia importante fare attenzione al titolo perché “Storia del rock in Italia” non è la stessa cosa di “Storia del rock italiano”. Può sembrare solo una puntualizzazione, ma in realtà è importante perché non abbiamo voluto fare una sorta di cronologia di gruppi e musicisti, ma raccontare dei vari contesti sociali, di costume e politici che hanno permesso lo sviluppo di questa musica. E’ proprio stato questo l’interesse principale che ha dato luogo alla scrittura del libro.

Roberto Caselli

Partiamo dalle origini. Lo sbarco degli americani in Italia durante la seconda guerra mondiale è stato un evento storico che ha avuto importanti ricadute anche sulla cultura giovanile e su un certo tipo di consumi. Sono loro a far ascoltare ai ragazzi italiani i primi dischi rock’n’roll. Napoli è la città che risente all’inizio di più di questa influenza. Da lì iniziano a uscire i primi artisti. Negli anni ’50 si fa strada un giovanissimo Peppino di Capri, cui è dedicato uno dei primi capitoli del libro. Oggi questo artista viene sempre accostato al revival, però è stato per la sua epoca un’artista molto “avanti”, sempre aggiornato sulle ultime tendenze che riportava nei suoi brani. Possiamo definirlo il primo rocker italiano?

Si, Peppino di Capri e Adriano Celentano sono stati i veri precursori del nostro rock’n’roll. Peppino mi ha raccontato che alla sera registrava tutte le novità internazionali di rock’n’roll che trasmetteva Radio Luxemburg, il giorno dopo, grazie a un formidabile orecchio musicale, le riproponeva nei dancing notturni dove suonava già a quindici anni ottenendo un successo strepitoso. I testi se li inventava di sana pianta in un inglese più che maccheronico. Per Celentano valeva più o meno lo stesso discorso. L’inglese allora non lo conosceva nessuno, i cantanti cercavano un linguaggio che somigliasse vagamente all’originale e si esibivano con una buona dose di incoscienza.

Nel frattempo vengono fuori altri artisti. E il 18 maggio del 1957 al Palazzo del Ghiaccio di Milano va in scena il primo festival italiano di rock’n’roll. Tra i protagonisti, Adriano Celentano, Tony Renis, Baby Gate (non ancora nota come Mina), Giorgio Gaber, Luigi Tenco ed Enzo Jannacci. Possiamo dire che in questo momento l’Italia scopre di avere una scena di rocker?

Il primo Festival di rock’n’roll che si tenne al Palazzo del Ghiaccio a Milano, nel 1957, è stato un evento memorabile. L’idea fu in realtà di un certo Bruno Dossena che era un ballerino, campione italiano di rock’n’roll. Pensò di organizzare una gara in cui metteva in palio il titolo, ma ovviamente per ballare ci voleva la musica e così fu invitata a suonare tutta la scena rock milanese di allora. Il richiamo di questi cantanti fu straordinario, arrivarono cinquemila persone a riempire il palazzetto e altri cinquemila rimasero fuori perché non riuscirono a entrare. Il ballo passò decisamente in secondo piano, la folla era lì per ascoltare la nuova musica. Fu un successo straordinario e Celentano che suonò per ultimo venne eletto vincitore per acclamazione. Come già succedeva in America e in tutto il resto del mondo, durante i concerti rock i ragazzi si scatenavano e finivano con il rompere i sedili e quei pochi altri arredi che li circondavano. Il giorno dopo i giornali perbenisti dell’epoca, Corriere della sera in testa, parlarono di teppismo e invitarono i genitori a non fare frequentare quei concerti ai loro figli. Fu un patetico tentativo di fermare l’evoluzione di costume cui nessuno avrebbe potuto mettere argine.

Negli anni ’60 esplode il beat e si formano tantissimi complessi. Ogni regione e ogni città d’Italia aveva le sue band e alcune riescono ad arrivare al grande pubblico. Quali sono stati i fattori che hanno fatto esplodere questo fenomeno?

Se il rock’n’roll ha messo le basi della nuova cultura giovanile, il beat ha completato l’opera. In Italia eravamo sempre un po’ in ritardo a recepire le novità rispetto ai paesi anglofoni, che furono il vero motore di questa nuova rivoluzione. E’ chiaro che i Beatles furono l’inizio di tutto, ma è altrettanto vero che decine di gruppi beat seguirono in brevissimo tempo. La novità era la freschezza della musica e la libertà di costume con cui i vari musicisti la interpretavano. Capelli lunghi, minigonne e un modo di porsi totalmente nuovo erano in realtà l’espressione di una voglia di cambiare che covava già tempo sotto la cenere. Qui da noi il boom economico degli Anni ‘60 aveva dato la possibilità ai giovani di avere qualche soldo in più da spendere. Fino ad allora il mercato era rivolto totalmente agli adulti perché erano gli unici ad avere una certa disponibilità economica. Il mercato era impreparato davanti a questa nuova potenzialità e la discografia è stata la prima a dare, anche se in modo ancora molto confuso, una risposta adeguata. I 45 giri di gruppi beat italiani e stranieri diventarono presto il feticcio da possedere. I giovani misero nella musica le loro speranze e le loro nuove ambizioni. I gruppi musicali cominciarono a moltiplicarsi in modo impressionante. La conoscenza musicale non era un granché, ma lo spirito era quello giusto e così nacque una nuova filosofia che non avrebbe tardato a traslarsi anche nella società e nella politica. Il beat è stato il preambolo del ’68. Si sarebbe presto capito che nuova musica era sinonimo di nuovi comportamenti e nuovi modi di pensare. Di una nuova rivoluzione di pensiero.


Nella prefazione Franz Di Cioccio ricorda che “a cambiare il modo di ascoltare musica credo sia stato il Festival di Woodstock perché ha fatto apprezzare l’assoluta libertà che la musica poteva offrire”. Esplode da parte dei giovani la voglia di grandi eventi dal vivo. In Italia si organizzano tanti festival e manifestazioni. Ce è un festival che, pur le dovute proporzioni, può essere considerato come il Woodstock italiano?

Woodstock e l’Isola di White sono stati due momenti irripetibili della nuova cultura giovanile. Al beat era seguita la contestazione studentesca e a essa si era affiancata quella underground che proponeva nuovi modelli di costume, ma soprattutto di vita. Pacifismo, nuove culture spirituali di stampo orientale e soprattutto una gran voglia di condividere momenti belli. Chi meglio di un festival musicale poteva permettere di realizzare tutte queste utopie? Da noi Re Nudo cominciò a organizzare festival rock in tutto il paese che sarebbero passati alla storia come festival giovanili. C’era la musica con i gruppi rock sul palco che suonavano tutta notte, si dormiva nei sacchi a pelo e chi voleva poteva tranquillamente fare l’amore o farsi uno spinello. La politica cominciò a capire che in quel mondo libertario avrebbe potuto reclutare un sacco di giovani e così cominciarono i guai: le botte fra chi riteneva che la droga dovesse essere bandita dai concerti e chi invece voleva fare quello che più gli piaceva. Da questo punto di vista i Festival del Parco Lambro di Milano, soprattutto l’ultimo del 1976, sono particolarmente rappresentativi. Grande musica e tante battaglie tra ideologie differenti che inevitabilmente finivano con uno scontro anche con la polizia che interveniva. Quel festival fu la fine di una grande utopia e il prologo di un difficile periodo sociale che è tristemente ricordato come gli “anni di piombo”.

La stagione del rock progressivo viene considerata come quella che ha dato maggiore notorietà internazionale ai gruppi di casa nostra. Quali sono stati i motivi che hanno reso questo genere molto popolare in Italia?

PFM – Storia di un minuto

Il rock progressivo è figlio dell’evoluzione del beat. Se negli anni ’60 i musicisti italiani non erano ancora all’altezza di quelli anglofoni, nella decade successiva le cose cambiarono perché anche qui da noi s’imparò a suonare bene. Lo studio della chitarra e degli altri strumenti diventarono una cosa seria, al punto da dare inizio a una sperimentazione autonoma che avrebbe aperto nuove vie. Gruppi come la PFM, il Banco, gli Area, i New Trolls, le Orme e tantissimi altri non avevano più nulla da invidiare ai colleghi anglosassoni. Per esplodere a livello internazionale bisognava però avere i contatti giusti e la PFM li trovò. Stupirono Greg Lake con una versione di “21st Century Schizoid Man” al punto che il musicista inglese li volle nella sua etichetta. Con la conseguente notorietà, il salto in America fu il naturale passo successivo. Furono proprio questi esempi di professionalità che spinsero molti musicisti in erba a seguirne l’esempio. Il rock progressivo, proprio per il periodo in cui si sviluppò, poté anche unirsi alla bellezza dell’utopia underground. Il piacere di suonare e la voglia di godersi i frutti di una nuova cultura furono certamente il motore di un’inedita stagione di straordinarie scoperte.

Negli anni ’80 assistiamo all’arrivo di tante mode dall’estero. Ne risente anche la musica. Nascono tante band, molte si muovono soprattutto nel circuito underground, ma usciranno anche formazioni destinate a restare nella storia come CCCP, Litfiba e Diaframma. Qual è il tuo giudizio sul rock italiano degli anni ’80?

Litfiba – Pirata

Musicalmente gli Anni ’80, come del resto è sempre accaduto, non sono altro che la conseguenza dell’espressione dei bisogni che cambiano, il tentativo di dare una risposta a una società in cui si imponevano modelli come gli yuppies e le donne in carriera. A metà anni settanta il punk aveva affiancato il rock progressivo, ma presto aveva avuto la meglio su di esso. Ora il punk era il nuovo rock e in Italia come nel resto del mondo occidentale il modello alternativo era quello. CCCP e Litfiba sono stati solo la punta dell’iceberg, di una vera rivoluzione musicale fatta di rabbia e essenzialità. Con il tempo gli organici delle formazioni cambiarono di continuo e diedero luogo a vaste derive musicali. Di quegli anni mi piace ricordare anche la corrente demenziale che si servì del punk per smitizzare ulteriormente i miti della società borghese.

Negli anni ’90 invece assistiamo a una vera esplosione di gruppi e il rock torna davvero popolare tra i ragazzi. Emersi dall’underground e toccando spesso i vertici delle classifiche, artisti come Timoria, Subsonica, Tiromancino, Afterhours, Csi, Carmen Consoli, Elisa, Bluvertigo, Bandabardò, Verdena, Modena City Ramblers e Cristina Donà hanno risalito la corrente fino a diventare i simboli di una forte autonomia rispetto alla tradizione melodica nostrana. Si può dire che il rock italiano ha alzato la testa per smarcarsi da quello angloamericano?

Bluvertigo – Metallo non Metallo

Il segreto del successo del rock degli Anni ’90 sta in gran parte nell’emancipazione della discografia indipendente, l’unica che ha davvero creduto che il nuovo rock potesse ancora dire qualcosa e interessare le giovani generazioni. Le major hanno ormai abolito la figura del talent scout, preferiscono lasciare alle indipendenti il compito di trovare gruppi e artisti interessanti, per poi impossessarsene offrendo contratti vantaggiosi. A ogni modo anche in questa decade il delta del rock è più vasto che mai. Da una parte si consolidano definitivamente i suoni campionati, mentre dall’altra si riscopre l’importanza della musica politica. Emergono le band dialettali e cambia la figura del cantautore che ammicca sempre più a una produzione pop elegante. E’ un’evoluzione che va di pari passo con una frammentazione sociale sempre più marcata che vede da una parte la componente più povera e arrabbiata arroccarsi intorno ai centri sociali, mentre quella più borghese e sofisticata apprezzare le produzioni più cerebrali.

Guardando al panorama più recente, pur muovendosi sempre nell’ambito di quei temi dominanti nei modelli angloamericani, il rock italiano ha mostrato ultimamente di sapersi liberare dall’uso troppo abbondante di anglicismi e assumere una connotazione più nazionale?

Difficile prescindere totalmente dal rock di marca anglosassone, comunque di questi Anni 00 mi piacciono i Ministri, Il Teatro degli Orrori e Baustelle, oltre che per la musica, per l’attenzione quasi maniacale nei confronti delle parole dei testi e per l’energia che sanno sviluppare sul palco.

Il libro è ricco di aneddoti e curiosità. Ci sono schede e dischi consigliati. Trovano spazio anche artisti che, per una serie di motivi, non hanno avuto il successo che avrebbero meritato. Dovendone citare alcuni, chi secondo te avrebbe meritato di avere più apprezzamenti da parte del pubblico e della critica rispetto a quanto ha avuto?

Juri Camisasca – La finestra dentro

Ce ne sono parecchi. Purtroppo nella vita come nell’arte non è sufficiente essere bravi, bisogna inevitabilmente avere fortuna. Ci vuole anche una certa disponibilità a stare al gioco e quindi chi come Walter Maioli degli Aktuala se ne è sempre fregato della promozione tirando diritto per la sua strada, o Juri Camisasca che ha sempre preferito la coerenza e la serietà, ritirandosi anche in convento anche per qualche anno, quando l’ha ritenuto necessario, è chiaro che le occasioni non sono fioccate. In genere tutto quel mondo che ha gravitato intorno a Franco Battiato del primo periodo, un po’ perché offuscato dalla figura del maestro, un po’ perché troppo fiero per cedere su alcuni punti ritenuti fondamentali, non è riuscito a farsi conoscere come avrebbe meritato. Ivan Graziani è un altro che è stato sotto stimato, proprio come Il Balletto di Bronzo, Il Rovescio della Medaglia e altre band di prog che avrebbero potuto ottenere molto più successo di quello che hanno avuto.

Concludiamo questa chiacchierata con una piccola discografia consigliata. Al giovane lettore che vuole avvicinarsi al rock italiano, quali sono i 10 album da ascoltare assolutamente?

Riassumere in dieci album la storia del rock in Italia è cosa davvero difficile. Facciamo almeno 15. Lasciando stare gli Anni 50 e 60 che sono ancora troppo intrisi di influenze americane e inglesi direi:

Eugenio Finardi – Diesel


New Trolls – Senza orario senza bandiera;
PFM – Storia di un minuto;
Le Orme – Un uomo di pezza;
Banco – Banco del mutuo soccorso;
Area – Arbeit Macht Frei;
Eugenio Finardi – Diesel;
Claudio Rocchi – Volo magico n.1;
Franco Battiato – Fetus;
Vasco Rossi – Bollicine;
Gianna Nannini – America;
Diaframma – Siberia;
CCCP – Fedeli alla linea – Affinità-divergenze tra il compagno Togliatti e noi;
Gang – Le radici e le ali;
Afterhours – Hai paura del buio?;
Ritmo Tribale – Mantra.

Sicuramente ho fatto torto a molti, non citandoli.