Giacomo Jack Baldelli, un telefonista sul pentagramma

Il libro Chiamo Dopo (così come il talk show) si basa su telefonate registrate tra New York e l’Italia. Offre uno sguardo alternativo al mondo della creatività, portando Giovanni Di Raimo e Giacomo Jack Baldelli ad essere (nel contempo) protagonisti, attori, testimoni: chi accetta la loro proposta, deve svestire i panni professionali e presentarsi solo con quelli personali. Strutturalmente il libro (edito dall’Arcana) prevede 46 protagonisti, divisi in cinque grandi capitoli. Ho chiesto pertanto al Baldelli di farsi intervistare per saperne di più..

Giacomo buongiorno o preferisci Hi Jack? Scherzi a parte, da quanto ti sei trasferito a New York? Mi fa piacere essere chiamato Giacomo, perché ormai sono pochissime le persone che mi chiamano così – forse solo i miei genitori e non sempre tra l’altro. Mi sono trasferito qui a New York da Reggio Emilia dal 2014. Sembra ieri ma ormai sono sette anni. Speriamo di non dover affrontare la famosa “crisi del settimo anno”.
– Che tipo è Giovanni Di Raimo? Come vi siete conosciuti? Giovanni e’ una delle poche persone che posso considerare un amico vero. Una persona straordinaria, per tanti aspetti molto diversa da me – per sua fortuna! Ci siamo conosciuti in quarta ginnasio tra le mura del Liceo Classico Ariosto di Reggio Emilia nel 1996. Al di la’ di mille ricordi che condividiamo, ricordo pero’ benissimo una lunga chiacchierata nei bagni della scuola – luogo ovviamente prediletto per conversazioni di un certo livello – in cui parlammo del live reunion di Springsteen e la E-Street Band – credo fosse Live in New York City. E’ come se la nostra collaborazione artistica fosse partita da li’.
– Il vostro podcast come è nato? Come spieghiamo nel nostro libro, il podcast Chiamo Dopo, e’ partito nel 2019 dall’idea di creare uno spazio in cui musicisti e artisti in generale potessero raccontare la propria storia. Uno spazio “libero”, nel senso più ampio del termine. Libero da vincoli di tempo e dalla ricerca di gossip e sensazionalismi. I nostri ospiti sanno che quando vengono da noi devono far cadere qualsiasi tipo di maschera. Ci sono tantissimi altri talk show dove ne possono fare sfoggio. Noi vogliamo conoscere la persona, non il personaggio.

– Tra i 46 protagonisti, prova a segnalarne un paio che ti hanno colpito.. Domanda difficilissima. La cosa più bella dell’essere un progetto indipendente e’ che la scelta degli ospiti ricade completamente su di noi, senza nessuna influenza esterna. In altre parole tutti gli ospiti – che comunque sono stati ad oggi molti quasi 90, 46 sono solo quelli inseriti nel libro – sono tutti stati fortemente voluti e cercati da noi, il che rende sceglierne un paio davvero difficile. Una delle chiacchierate più affascinanti e’ stata sicuramente quella con Massimo Zamboni dei C.C.C.P./C.S.I., la cui profondità di pensiero e’ seconda solo alla sua umiltà, ma poi anche Mauro Ermanno Giovanardi oppure Livio Magnini dei Bluvertigo, che e’ sempre stato un mio punto di riferimento in termini di ricerca e sperimentazione sulla chitarra, mio strumento. Questo solo per fare alcuni nomi più noti. Il bello del nostro podcast e’ andare a scavare nelle storie meno conosciute, nelle esperienze di artisti che seppur non, o non più, sotto la luce dei riflettori di palchi importanti, partecipano alla vita musicale italiana. Anzi, senza di loro spesso il panorama artistico italiano sarebbe molto piu’ povero.
– Come è avvenuto il contatto con la storica Arcana? Siamo entrati in contatto con Arcana grazie alla mediazione di uno degli ospiti del nostro podcast. Siamo grati ad Arcana per essere stata subito disponibile ad accettare una sfida, diciamo così, trasversale. Se paragoniamo il libro di Chiamo Dopo a tanti altri pubblicati da loro, possiamo subito vedere che il taglio e’ decisamente diverso. Non e’ un saggio su un artista specifico, ne’ tanto meno una raccolta di storie di artisti creata seguendo un tema specifico. Il nostro libro, pur contenendo 46 estratti da interviste fatte nel primo anno di vita di Chiamo Dopo, e’ in realtà il racconto della nascita di un progetto e dell’attuazione di un’idea. Ora Arcana può, tra l’altro, “fregiarsi” dell’onore di aver pubblicato, credo, il primo libro che parla di podcast senza essere un saggio mass-mediologico. Per questo vanno ancora ringraziati.

– Nel recensire il vostro libro, mi è sembrato logico parlare dei (Jack), intesi come trio. Che ricordi hai di quella parentesi musicale? Ricordi bellissimi di un’esperienza che mi ha dato molto. I (Jack) sono stati la mia prima (e forse unica) avventura nell’ambito rock-pop – quindi fuori dal genere avant-garde / sperimentale che e’ il mio lavoro primario – dove mi sono sentito davvero a mio agio. A volte quelle sensazioni mi mancano molto.
– Il tuo rapporto con l’insegnamento, da Reggio Emilia a New York.. Come tanti musicisti che escono dal mio ambito, cioè quello “classico”, insegnare e’ una parte importante del lavoro. Io ho cominciato molto giovane e mi e’ sempre piaciuto farlo. Devo pero’ dire che dopo dieci anni di insegnamento in conservatorio in Italia, dove mi occupavo di formare chitarristi, quindi strumentisti, che avrebbero provato a fare della musica una professione, qui a New York, un po’ per scelta, un po’ per opportunità, mi sono occupato di altro. Soprattutto nei miei 4 anni come direttore del programma musicale della St. Brigid School nell’East Village mi sono concentrato di più sull’aspetto sociale della musica. Cercare, attraverso la musica, non tanto di formare musicisti migliori, ma persone migliori.
– Nei (rari) momenti di relax, se sei sempre con la musica o hai altri hobby? Quali artisti hai amato da giovane e quali musicisti invece ora ti affascinato di più? Il fatto che la mia passione sia diventata il mio mestiere, lascia davvero poco scampo. Devo dire che forse, da una decina d’anni, il mio hobby sono diventate le serie TV. Ne ingurgito davvero tante, forse troppe. In tema di amori musicali, la lista sarebbe davvero lunga. Certo di fasi ne ho vissute tante. Da teenager avevo i miei idoli mainstream, Sting su tutti, poi anche cose molto diverse tra loro: Counting Crows, Cure, Springsteen, Prefab Sprout, Bluvertigo. Negli ultimi anni, dopo decine di altri amori, ho virato su certo sperimentalismo ambient-minimal: da Brian Eno e Harold Budd, Laurie Anderson e il gruppo Bang on a Can, ma soprattutto tutta una serie di giovani compositori della scena newyorchese con cui ho avuto la fortuna di collaborare in questi anni, molti usciti dalla Columbia University.
Secondo te Chiamo Dopo avrà un sequel? Se ci riferiamo al Chiamo Dopo podcast, di sequel ce ne sono già stati. Il 1 Febbraio parte la quarta stagione che, secondo i nostri programmi, ci porterà alla puntata 100. Se invece parliamo del libro, non so: di certo il volume che abbiamo appena pubblicato copre le prime due stagioni del programma, fino all’episodio 63. Nel frattempo abbiamo raccontato altre storie altrettanto interessanti e sicuramente il materiale non mancherebbe.