Scatta la scintilla creativa in riva al lago: incontro con Lory Muratti ..

L’album Lettere da altrove è uscito in digitale e in vinile (edizione limitata, 180 grammi trasparente blu). E’ un bel lavoro che in vinile ci permette di cogliere quei frammenti di una convivenza forzata che possiamo intuire usando tutti i nostri sensi. Grazie al lavoro di Giulia Orsi (di Parole E Dintorni) riesco a sentire Lory Muratti al telefono, sognando un incontro in pieno relax in riva al lago..

– Lory bentrovato: puoi descrivere il momento che stai vivendo? Intendo sia personalmente, ma anche artisticamente.. Caro Giancarlo, felice di ritrovarti e dialogare ancora con te di musica e di come stiamo. Tema quest’ultimo che ha molto a che fare anche con il mio più recente progetto dove, proprio della dimensione intima e interiore, mi sono largamente occupato. Il momento che sto vivendo ha il sapore di un passaggio importante e il cambio di registro che ho avuto con il recente lavoro ne è una chiara testimonianza. Non sono processi di cui si è in verità del tutto consapevoli e, nel dirti questo, faccio quindi fede a quella che è principalmente una sensazione, intrisa però di emozioni molto intense sia sul piano lavorativo (dove diversi progetti sono in corso nonostante il periodo non sia semplice) sia su quello personale, sfera nella quale sento che ho da tempo avviato un lavoro su me stesso che, oltre ad aiutarmi a restare orientato, riesce a volte ad essere d’aiuto anche ad altri. Cosa questa di cui sono molto grato. Tutto lo scenario attorno, con le sue innegabili difficoltà anche pratiche che si affacciano nell’ostinato tentativo di proseguire sul proprio percorso, mi porta a pensare che quello che stiamo vivendo sarà materiale permanente nell’animo e come tale ha dei risvolti preziosi. In sintesi sto cercando di affrontare il presente cercando di proseguire nella pioggia di stravento senza perdere la strada.
– Nel 2013 mi ricordo dei video di 70 Ellissi ed Angeli, entrambi per il progetto Scintilla.. Fu un progetto vissuto in modo molto intenso in ogni suo aspetto produttivo e umano. Nato durante un periodo americano che mi ha visto a lungo viaggiare tra New York, Seattle e San Francisco per poi avventurarmi nel deserto del Nevada dove ebbi modo di partecipare attivamente al “Burning Man”, un estraniante esperimento di collettività abitativa basata sulla “radical self expression” che si svolge nel mezzo della grande distesa salina chiamata “Black Rock”. Fu un’esperienza disarmante e illuminante al contempo che si è successivamente tradotta in modo altrettanto disarmato nel progetto musicale e letterario concepito durante il viaggio, pre-prodotto a bordo di un camper nel deserto e finalizzato al rientro in Italia. Tornando a quel periodo, vi era una volontà più narrativa di quanto non vi sia oggi nel mio approccio registico. Un approccio che mi vede leggere la parte più sommersa e psicologica della storia che vado a raccontare trasponendola in video con un’attitudine fortemente visionaria, a volte spiazzante, spesso surreale. Nei videoclip del periodo di Scintilla, ai quali sono per altro particolarmente legato, si evince la presenza di una collettività attorno al progetto. Un gruppo di artisti, collaboratori e soprattutto amici con i quali ho dato vita al laboratorio creativo “The house of love”. Figure fondamentali che da sempre supportano il mio percorso e che, in particolar modo in “70 Ellissi”, mi aiutarono a riportare lo spirito di quell’incredibile happening che è il Burning Man sulle sponde del lago di Monate, dove il video è stato girato.
– Ora con Riff Records la nuova avventura di Lettere da Altrove ed un rapporto costante con Paolo Izzo.. Paolo è una di quelle figure professionali nel mondo discografico indipendente che qualunque musicista, che sia mosso da un istinto e da un’inclinazione profondamente libera, vorrebbe incontrare. Il suo amore per la musica di confine è prevaricato solo dal suo istinto visionario che, come avrai capito, è per me “conditio sine qua non” in tutte le fasi di produzione di un lavoro, anche quelle più istituzionali e pragmatiche. È mio profondo desiderio lavorare con e circondarmi di visionari. Persone che siano quindi in grado di immaginare oltre i confini consueti e di riporre fiducia nelle proprie intuizioni così come nei passi di coloro che stimano. Paolo è senza dubbio una di queste persone e penso di parlare per entrambi nel dire che il lavoro avviato con Riff Records rappresenti l’inizio di un percorso che, unendo le nostre competenze e creando fil rouge tra label (Riff) e laboratorio creativo (The house of love) ci permetterà di viaggiare assieme verso nuovi interessanti orizzonti.

– Paolo Izzo ed Orhan Erenberk sono i produttori esecutivi di questa tua ultima produzione. Oltre a loro, la squadra di collaboratori da chi è composta? “Lettere da Altrove” è stata da subito una creatura minimalista. Una produzione in un certo senso “boutique”, ovvero creata in modo del tutto personale con uno staff inizialmente molto dimensionato (il disco è stato da me interamente suonato, registrato e mixato). Un gruppo di lavoro che è andato a ingrandirsi strada facendo. Orhan Erenberk è un produttore belga che sta sostenendo il mio percorso da qualche anno e con il quale si è venuta a creare una profonda amicizia e una forte sintonia artistica. Orhan è infatti anche un fantastico cantante attivo soprattutto nel mondo della musica contemporanea che ha profondamente influenzato il mio modo di comporre, di percepire me stesso all’interno del progetto e soprattutto di cantare o declamare/recitare, come nel caso di “Lettere da Altrove”. A lui si è aggiunto nel percorso esecutivo anche Paolo che, come raccontavo, sta con noi costruendo una strada basata su principi umani e professionali molto autentici e del tutto fuori dalle logiche del momento. Al contributo di queste due fondamentali figure si è quindi affiancato quello dell’ufficio stampa che sta seguendo il progetto ovvero “Parole & Dintorni” di Riccardo Vitanza, che è anche co-editore del lavoro con la sua “Bollettino Edizioni Musicali”. All’interno di “Parole & Dintorni” è Giulia Orsi la persona che si occupa direttamente della mia promozione con grande dedizione. Un quadro che si completa con il contributo e il supporto quotidiano delle figure che da tempo animano “The house of love” collaborando con me in varie forme o coinvolgendomi nei loro progetti in veste di producer musicale e regista.
– Parliamo di te che te ne stai in riva al Lago di Monate: hai tempo per coltivare qualche hobby? Oltre a leggere e fare musica, hai altre passioni? Se devo essere sincero la vita sul lago, mescolandosi senza soluzione di continuità con la dimensione professionale, non mi lascia molto margine per dedicarmi ad altro. L’equilibrio risiede più nella continua alternanza dei mondi sui quali sono attivo artisticamente: scrittura, produzione musicale e produzione visiva. È in quella dinamica che trovo il respiro di un illusorio stacco. Parlo di illusione poiché cambiare fronte lavorativo permette di alleggerire, ma non esattamente di prendersi una pausa. Quando ne sento davvero il bisogno (e devo ammettere che ultimamente capita molto spesso) tendo ad allontanarmi da quel luogo per riempirmi gli occhi di altri mondi e altre suggestioni. Dato però che anche viaggiare risulta di questi tempi alquanto difficile, ho con piacere accentuato la seconda strategia che mi permette di mantenermi in equilibrio ovvero unire meditazione ed esercizio fisico con session quotidiane e uscite per il running. Fortunatamente sul lago non mancano scorci e luoghi adatti a esercitare entrambe queste attività.
Quali artisti hai amato da giovane? Cosa stai ascoltando in questi ultimi mesi? Ho sempre amato mescolare generi e mondi musicali anche da ascoltatore e non mi sono mai sentito completamente assorbito da un unico immaginario, nemmeno nei periodi più integralisti tipici della giovane età. L’area che ha però più di ogni altra colpito le mie corde di ascoltatore e di conseguenza la mia immaginazione come musicista è quella della “New Wave” in tutte le sue possibili declinazioni, da quelle più oscure e rock a quelle di derivazione più elettro-pop. Accanto a questo immaginario, di matrice decisamente inglese e spesso molto esistenzialista, conviveva nei miei ascolti il Rock Alternative americano che era entrato a gran forza nell’immaginario di un ragazzino che imbracciava la sua prima chitarra dopo aver seguito studi di pianoforte classico sin da bambino. Fu quello il periodo del Grunge con i suoi idoli a noi tutti ben conosciuti (Nirvana, Pearl Jam, Alice in Chains, Mudhoney, Soundgarden). Un periodo che mi spinse però da subito a indagare altre strade che si trovavano in verità a pochi passi di distanza. Bastava scavare appena sotto la superficie per scoprire che i Nirvana erano stati a lungo supportati nel loro percorso da una band di New York chiamata Sonic Youth dei quali mi innamorai trovandoli, rispetto alla formazione di Seattle, più mentali e ricercati. Da lì era altrettanto semplice scoprire che la scena in cui erano nati quest’ultimi, di una generazione precedente ai Nirvana, era quella della “No Wave” new yorkese che, sin dagli albori annoverava fra le sue fila band come i Suicide, fra i primi a sperimentare con certo tipo di elettronica, da loro usata in chiave minimalista. “No Wave” proprio perché, pur condividendo certo esistenzialismo, rifiutava l’attitudine più commerciale della New Wave inglese radicalizzandone certi aspetti e aprendo così la strada ad ampie sperimentazioni in territori non commerciali. Scoprivo in quel modo per la prima volta quanto la musica, anche solo circoscritta al panorama rock, fosse un universo globale dove i vari punti erano destinati a toccarsi e realizzai quanto la cosa che più mi affascinava fosse l’idea di poter creare un ascolto globale che è ancora oggi quello sento a me più vicino e che mi porta a saltare dai madrigali di Palestrina a un disco dei Madrugada, da una raccolta di Boris Vian a un recente album di Marianne Faithfull, da un vecchio brano dei Teardrop Explodes a “Come Undone” dei Duran Duran, citata anche nella chiusura della serie audio-video-narrativa da cui è scaturito tutto il progetto “Lettere da Altrove”.
– Corre voce che tu abbia già pronto un nuovo disco ed un libro… Un disco e un libro che, come ormai per me tradizione, condividono luoghi, atmosfere e personaggi configurandosi di fatto come due anime dello stesso progetto artistico. Il lavoro è frutto di una lunga ricerca formale sia sul fronte musicale che letterario e ha avuto una altrettanto lunga gestazione che mi ha tenuto per diverso tempo in viaggio attraverso la vecchia Europa. Nonostante fosse già stato completato prima del grande stop sanitario, si è deciso di posticiparne l’uscita, creando così i presupposti perché potesse nascere il recente “Lettere da Altrove”. A differenza di quest’ultimo, il lavoro che verrà è un progetto più meditato che, pur mantenendo una dimensione profondamente umana e sentita, ha anche un suono stratificato e prodotto. Potremo riparlare della sua uscita nell’arco di qualche mese!
– Lettere da Altrove è uno scrigno di sensazioni e l’apporto lirico è importante: è vero che nella versione in vinile ci sono i testi di ogni brano? La dimensione lirica è assolutamente imprescindibile tanto più che siamo di fronte a un concept album nato in cascata alla narrazione che ha caratterizzato la serie audio-video pubblicata di getto come prima manifestazione concreta del progetto, la scorsa primavera. Nel realizzare il prodotto fisico si è tenuto a dar spazio a questo aspetto e i testi completano così un progetto visivo curato dal graphic designer Nicola Chiorzi. Avventurarsi fra queste Lettere attraverso l’ascolto del vinile si configura quindi come la miglior porta di ingresso per iniziare l’ascolto di un lavoro in cui i testi delle canzoni, fruite nel loro ordine cronologico, ci raccontano una storia dall’inizio alla fine.
– Stai avendo più risposte dai video di Lettere da Altrove o dal disco nella sua interezza? È stata una gioia potermi rendere conto che i due volti del lavoro si integrano anche in termini di sensazioni vissute da parte di chi lo fruisce. Dalla visione dei videoclip mi giungono reazioni di getto che molto spesso riportano un coinvolgimento e un riconoscimento dettato dall’empatia. Certe emozioni connaturate al periodo che stiamo attraversando risuonano nell’animo di chi quelle emozioni non solo si è trovato a viverle, ma anche a provarle in modo simile a come le ho sentite io. Per tradurre certo tipo di dinamiche i videoclip rappresentano ancora una volta una dimensione che trovo ideale. Sono in sostanza lo schermo sul quale il subconscio traccia i suoi segni che io mi limito a mettere in scena nel modo più vivido possibile, non mediati e carichi di tutti i loro simboli e significati nascosti. Dall’ascolto del disco mi vengono invece riportate in genere esperienze più immersive grazie alla natura maggiormente narrativa connaturata a quest’altro tipo di esperienza. È infatti nell’ascolto completo dell’album che la storia acquisisce forma prendendo chi ascolta per mano e portandolo a spasso attraverso territori in penombra nei quali è però sempre possibile raccogliere un messaggio di speranza.